Nell’immaginario cinefilo nostrano il nome di Ryusuke Hamaguchi è apparso all’improvviso, col solito ritardo che contraddistingue la distribuzione italiana, solo dopo aver vinto il Gran Premio della Giuria alla Berlinale del 2021 con Il gioco del destino e della fantasia (2021) e il Premio alla Miglior sceneggiatura a Cannes 2021 con Drive My Car (2021), dove è stato considerato il vincitore morale dell’edizione. Ma il regista ha alle spalle una lunga carriera, di cui questi ultimi due film sono solo l’ultimo atto, frutto di un movimento cinematografico che ha caratterizzato la produzione nipponica dagli anni Dieci. A partire dal 2010, infatti, l’industria giapponese si è ritrovata nel bel mezzo di una crisi creativa che ha colpito in particolare il cinema “d’autore” o arthouse; una crisi legata a doppio filo a questioni politiche e sociali che hanno gradualmente trasformato il pubblico cinematografico del Giappone, ma anche e soprattutto a un vizio di forma del meccanismo produttivo del paese: da anni manca un vero e proprio ricambio generazionale – un limite che affligge anche il cinema nostrano -, per via dell’eccessiva centralizzazione della produzione e della assenza di apertura al nuovo.

Questa crisi ha causato il progressivo declino di quegli autori che durante gli anni Novanta hanno contribuito a dare nuova linfa vitale al cinema giapponese, come Shinya Tsukamoto e Toshiaki Toyoda, che hanno abbandonato l’industria – più o meno volontariamente – per rifugiarsi nell’autoproduzione, spesso tramite raccolte fondi online. Altri, come Takashi Miike, hanno continuato a fare cinema, ma perdendo quella carica innovatrice e sperimentale che rendeva le produzioni orientali appetibili anche al pubblico occidentale, sia quello festivaliero che quello maistream. Non stupisce, quindi, che da questo stallo sia emersa una nuova generazioni di autori provenienti dal panorama indipendente decisi a riflettere sulla condizione della produzione nazionale, a metterla in discussione e a trasformarla. Di conseguenza, il cinema di genere che era stata la palestra autoriale dei registi degli anni Novanta viene progressivamente abbandonato, prediligendo una descrizione diretta e non edulcorata della vita quotidiana nel Giappone di oggi, riprendendo gli stilemi di cineasti classici come Yasujirō Ozu, Yuzo Kawashima e Yôji Yamada: un cinema più intimista, legato a esperienze personali, e quindi spesso di difficile accesso per il pubblico occidentale.

È in questo contesto che Ryusuke Hamaguchi realizza la sua opera più conosciuta in Europa, almeno prima di questo anno trionfale: Happy Hour (2015), che è probabilmente l’apice di questo nuovo movimento realista. In questo film fluviale della durata di cinque ore emergono già le principali caratteristiche del suo cinema successivo, in particolare l’attenzione per la parola, più che per la messa in scena: l’essenza dei personaggi può essere compresa solo attraverso lunghi dialoghi, in cui il montaggio viene ridotto a una struttura asciutta e minimale. Nonostante il successo, il film non è riuscito a rinnovare la produzione nazionale, che ha invece continuato a ripetere fino allo sfinimento la formula tradizionale, a tal punto da spingere il regista Eiji Uchida a realizzare una divertente parodia del cinema di genere giapponese e del sistema produttivo in cui nasce: Lowlife Love (2015), interpretato dal talentoso Kiyohiko Shibukawa.

Dal 2015 sono passati sei anni, eppure il cinema giapponese non ha ancora trovato una nuova strada ben definita in cui instradarsi per rinascere. I lavori più rilevanti provengono da autori come Nobuhiko Obayashi, Shinya Tsukamoto e Toshiaki Toyoda, appartenenti ormai alla vecchia generazione e completamente abbandonati dall’industria. In questo contesto, l’uscita de Il gioco del destino e della fantasia dimostra la vitalità ancora sommessa della cinematogradia orientale, nonostante il flop del regista con Asako I & II (2018). In questo nuovo lungometraggio Hamaguchi non si limita a ripetere gli stilemi stanchi di un genere che ormai ha già detto tutto quello che poteva dire, e abbraccia una dimensione episodica che fa riaffiorare l’eredità di opere apparentemente lontane dal cinema giapponese, come Reinette e Mirabelle (1987) di Éric Rohmer o Contes de juillet (2017) di Guillaume Brac. Il gioco del destino e della fantasia, infatti, è diviso in tre parti, rispettivamente Magia (o qualcosa di meno rassicurante), Porta spalancata e Ancora una volta; episodi apparentemente privi di un legame narrativo ma tenuti insieme dalla potenza simbolica e immaginifica della parola, primario strumento cinematografico di Hamaguchi.

In Magia (o qualcosa di meno rassicurante) il regista giustappone due lunghi dialoghi che hanno a che fare con la medesima storia d’amore: nel primo i toni sono concilianti e la messa in scena incentrata su un sentimento nuovo e che sembrerebbe proiettato verso la felicità; il secondo ha come perno una rottura definitiva, vede la recitazione mutare bruscamente e la costruzione stessa del dialogo inaridirsi. Nonostante i personaggi delle due scene – inclusi quelli in scena e quelli solamente citati – siano gli stessi, l’accostamento delle due sequenze crea un contrasto la cui risoluzione non può che avvenire con un terzo dialogo. Ed ecco che torna la forza della parola rispetto all’azione, concetto che viene rinforzato dal secondo episodio Porta Spalancata, in cui la frustrazione sessuale, il peso delle responsabilità, la vendetta e la sconfitta sono tratteggiati da una serie di dialoghi pungenti fatti di parole calibrate, spesso taglienti come rasoi, senza mai risultare verbosi e prolissi.

Il gioco del destino e della fantasia si propone come un lavoro di transizione che sembra preannunciare un progressivo distacco di Hamaguchi dal realismo delle sue prime opere, per abbracciare un uso più simbolico e fantastico del dialogo, come ben esemplificato dal terzo e ultimo episodio. Dopo Happy Hour, infatti, il cinema di Hamaguchi sembra essere sempre più direzionato verso la messa in scena dell’immaginazione rispetto a quella della realtà. E lo dimostra questo suo ultimo film, in cui sono proprio le parole a permettere ai personaggi di crearsi un mondo fantastico altro, di evasione, in cui cercare una felicità mancata nel mondo reale. Non sempre, però, ciò è possibile, e le speranze dei personaggi finiscono per crollare sotto il peso della realtà.

Davide Rui