Voto

8

È ancora possibile fare un film originale sull’Olocausto? Il regista László Nemes grazie al suo film d’esordio Il figlio di Saul ci obbliga a rispondere con un convinto “sì”.

La regia racconta gli orrori di quegli anni attraverso la prospettiva squisitamente individuale del protagonista, un uomo del Sonderkommando interpretato dall’eccezionale Géza Röhrig, a cui la macchina da presa rimane sempre incollata tramite un’alternanza di soggettive, controsoggettive e semisoggettive, quasi un pedinamento alla De Sica. Sperimentale e audace – forse un po’ troppo –, la narrazione intradiegetica e autodiegetica fa sentire e vedere allo spettatore, dall’interno, ciò che circonda il protagonista e che lui non vuole né vedere né sentire: i corpi morti diventano simulacri sullo sfondo, sagome sfocate trascinate a centinaia ogni giorno, su cui la macchina da presa, annichilita come i personaggi, non ha la forza di soffermarsi.

Un’esperienza del genere si riduce a nudo e crudo spirito di sopravvivenza; alcuni riescono a mantenere la propria umanità, appellandosi come Saul all’ultimo briciolo di speranza e di fede, mentre altri crollano inesorabilmente e diventano il contrario di quello che credevano e professavano di essere. E tu? Che cosa diventeresti?

Benedetta Pini