Se sei bello, allora hai anche valore, kalòs kagathòs, due aggettivi con cui i Greci presuppongono una diretta corrispondenza fra esteriorità e interiorità: alla bellezza esteriore e fisica è consequenziale la bellezza interiore e morale. Chi rientra in questo canone sarebbe quindi un uomo coraggioso, forte e intelligente, paladino di “giusti valori”. Brian De Palma, però, non la pensa così, e nel 1974 dà corpo e voce alla mostruosità, la fa bella e ci costringe a fare il tifo per lei. Il Fantasma del Palcoscenico (1974) racconta la storia di Winslow Leach, un cantautore di musiche bellissime ma ignorate dalla discografia, e va oltre la maschera per svelare le illusioni di un mondo patinato ma artificiale, orgiastico e sleale. Winslow, derubato della sua musica dal perfido Swan, vende l’anima al diavolo: perde la sua voce e il suo volto, ma continua a vivere attaccato a una macchina, diventando un ammasso di latta, ancor più brutto, sfortunato e spaventoso di prima. È un mostro che di umano ha ormai ben poco, un prodigio invisibile, in grado di suonare solo sotto continua stimolazione e impossibilitato a cantare le sue opere; le scrive per Phoenix, la ragazza dalla voce giusta (fin troppo) di cui si innamora quando è ancora un essere umano. Ora, invece, non è altro che un fantasma, relegato a spettatore silenzioso tenuto nascosto nell’ombra, messo ai margini della produzione discografica, musicale e teatrale, ma anche dell’esistenza stessa. È mostruoso, ma in fin dei conti, è anche la persona più valida di tutte.

De Palma riscrive l’idea di musical coniugando in un solo film generi diversi: unisce l’horror a un romanticismo irriverente e scorretto, glam e fanta-rock, dissacra un passato lezioso e critica l’esagerazione del presente, spingendosi fino ai limiti di una sperimentazione esasperata. In questo mash-up originale ed estremo, De Palma attinge a temi letterari – evidente il riferimento a Il Fantasma dell’Opera di Leroux, a Il ritratto di Dorian Gray di Wilde e al Faust di Goethe – e in 92 minuti sradica finalmente l’ideale greco dalla nostra società, liberandola. Allucinato, dissacrante e critico, il film incarna infatti gli umori generazionali e rivoluzionari degli anni ’70, facendosi voce della necessità di riscrivere i confini delle dinamiche sociali, e in questo continua a rivelarsi attuale.

Ed è proprio la musica un sonoro fil rouge che tiene insieme il pastiche di De Palma, diventando l’elemento chiave che permette di accedere all’interpretazione del film: le immagini si fondono ai suoni di Paul Williams, anche interprete del mefistofelico Swan, e alla voce della cantante Jessica Harper (Phoenix), qui nel suo primo ruolo cinematografico. Costruita su un solido apparato visivo e musicale, la storia del tormentato Winslow Leach, il fantasma svuotato della sua essenza e schiacciato dagli ingranaggi di una vita fatta di sogni e aspirazioni, si fa carico di tutti i temi ossessivi e ricorrenti del cinema di De Palma: il voyeurismo, il corpo femminile – Phoenix, il cui nome si unisce e si contrappone a quello di Swan (Fenice e Cigno), entra in scena cantando Special To Me –, la violenza, il doppio e i media.

Rivedere oggi Il Fantasma del Palcoscenico ricorda che nulla è poi così cambiato: sotto la corazza del rock ‘n’ roll assordante si nascondono inquietudini e fragilità, ieri come oggi. Non aspettatevi un musical con fuochi d’artificio, gonne svolazzanti e brani spensierati, perché troverete solo lo scheletro di anime disperate e sole, fino alla scena madre: sulle note di Old Souls la macchina da presa invade il campo come fosse una lente di ingrandimento scaraventata sulla ferocia dei meccanismi di produzione, gli stessi che uniformano, frantumano e succhiano l’anima di chi ne fa parte, fino a renderli prigionieri, oggetti mercificati da un sistema che è massacrante per chi riesce a stare a galla e impietoso per chi soccombe. Il cinema (la televisione, ma anche la stessa letteratura, la scrittura, l’arte e lo spettacolo in ogni sua forma) non ne è immune, soprattutto quando rischia di generare valori che collaborano alla costruzione di un immaginario collettivo sempre più mistificatorio e deformante. Brian De Palma sceglie un fantasma, un (anti)eroe brutto e mascherato per togliere il trucco dal volto di una nuova ma pur sempre antiquata Hollywood mostrandola in tutta la sua verità.

Silvia Lamia