A partire dallo scorso 6 febbraio è tornato nelle sale italiane uno dei capolavori che ha segnato la storia del cinema: Il disprezzo (Le Mépris, Francia/Italia 1963) del grande regista francese Jean-Luc Godard. Tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia, il film torna sul grande schermo in versione integrale e restaurata grazie al progetto “Il Cinema Ritrovato” a cura della Cineteca di Bologna.

Per i ruoli dei due protagonisti Godarg avrebbe voluto Frank Sinatra e Kim Novak, ma dato che nel libro di Moravia erano due personaggi italiani, il produttore Carlo Ponti chiese di scritturare la moglie Sophia Loren in coppia con Marcello Mastroianni. Sarà Brigitte Bardot la scelta finale che accontenterà sia il regista sia la produzione, diventando il simbolo dell’intera pellicola. Tra le mani del regista parigino il romanzo di Moravia divenne il veicolo della sua poetica, incentrata sulla contrapposizione tra classico e moderno, tra cinema commerciale (emblematizzato dalla Bardot) e cinema d’autore, portando il cineasta a una profonda riflessione soprattutto sul suo stesso modo di fare e vedere il cinematografo.

I titoli di testa in voice over da Godard (e non presentati per iscritto come di consuetudine) e la macchina da presa montata su un carrello diretto verso lo spettatore svelano la vera natura del film, che si configura come un omaggio al fenomeno cinematografico inteso nel suo complesso. La vicenda ruota infatti attorno a uno sceneggiatore e a sua moglie, che a loro volta entrano in contatto con un regista (interpretato dal Maestro tedesco Fritz Lang) e il suo produttore, due ruoli che costituiscono la spina dorsale della realizzazione di un film. Omaggio alla settima arte e ai suoi volti, Il disprezzo mette in scena una sacralizzazione dell’oggetto film, e in questa operazione un ruolo fondamentale viene rivestito dalle musiche di Georges Delerue, che guidano lo spettatore lungo l’intera pellicola. Le immagini sublimi di Raoul Coutard (già direttore della fotografia e operatore in lavori precedenti di Godard come Fino all’ultimo respiro del 1960) spaziano dalle riprese voyeuristiche degli interni agli splendidi campi lunghi degli esterni, nel tentativo di incrociare il cinema “da camera” con il cinema kolossal superando la tradizionale bipartizione tra i due generi al fine di concepire un’opera “assoluta”.  

Il disprezzo è un puro esercizio di stile che non vuole però ricostruire i canoni di un genere ma essere un inno alla bellezza, un trattato sull’estetica del cinema. Nonostante il suo grande valore artistico, il film fu uno dei più “mutilati” della storia. Per quanto riguarda la distribuzione italiana, venne prodotta una versione censurata che prevedeva addirittura il rimontaggio di intere sequenze, la quale non trovò in Godard alcun riconoscimento (l’unica versione riconosciuta dal regista è quella internazionale).

Ma Il disprezzo non è solo un viaggio all’interno della storia del cinema: è anche un percorso alla scoperta di se stessi e dei propri desideri e fantasie attraverso la rappresentazione del contrasto tra fedeltà e tradimento e dell’impotenza di un uomo davanti alla perdita della donna amata; stati d’animo che avvicinano questo spettacolo esteticamente perfetto a tutti i tipi di spettatori.

“Il Cinema, diceva André Bazin, sostituisce al nostro sguardo un mondo che si accorda ai nostri desideri. Il disprezzo è la storia di questo mondo” (Dai titoli di testa del film).   

Mattia Migliarino