Voto

7

Alabama, 1987. Un uomo guarda in alto alla ricerca di un lembo di cielo oltre una fitta trama di alberi scuri. Walter McMillian (Jamie Fox), che di lì a poco verrà arrestato con l’accusa di un omicidio mai commesso, è già un cittadino in gabbia che sogna la libertà. Ed è da qui che prende le mosse Il diritto di opporsi, film scritto e diretto da Destin Daniel Cretton: dall’America del profondo Sud, dalle fiaccolate notturne del Ku Kux Klan, dalla trama (tutta bianca) de Il buio oltre la siepe (Harper Lee, 1960) e da uno sguardo – dal basso verso l’alto – in cui è racchiusa la visione del mondo di chi vive un’esistenza scissa tra ciò che è e ciò che pensa di essere agli occhi degli altri. Questo movimento in levare torna più volte nel corso del film, e ha sempre a che fare con la speranza, con un richiamo lontano verso la libertà, con un bisogno di elevazione spirituale simile a quello a cui danno voce i canti gospel.

“In God we trust” recita la scritta che troneggia nell’aula di tribunale in cui il giovane avvocato Bryan Stevenson (Michael B.Jordan) si batte per la giustizia di Walter e degli altri detenuti. La storia narrata, solo una delle tante che parlano di condanne assegnate sulla base di pregiudizi razziali, è molto simile a quella raccontata dal romanzo di Harper Lee, ma qui la prospettiva cambia, e non c’è più alcun salvatore vestito da Gregory Peck che arringa dall’alto del suo piedistallo privilegiato. Con vicinanza, calore e forza empatica, il film racconta la comunità afroamericana attraverso i percorsi individuali, i traumi, le storie familiari e i più sottili soprusi dei personaggi, immersi in una quotidianità che scorre indifferente. Perché mettersi nei panni dell’altro è importante, ma non basta. Come scrive l’attivista Cornel West “per sentire la verità, bisogna dare voce a chi soffre”.

Angela Santomassimo