Ho compiuto diciotto anni nel duemiladieci. Il giorno del mio compleanno, prima di iniziare la lunghissima maratona alcolica che mi avrebbe portato all’invenzione del gioco del NasconVino, ho costretto tutta la mia famiglia (nonni compresi) a godere con me dell’esotica novità che aveva da poco invaso numerosissime province italiane: il sushi all you can eat. Buona parte della mia famiglia, chiaramente forzata nella scelta del ristorante, ha passato gran parte del pranzo a lamentarsi della cucina, lanciandosi in avventurosissimi comizi circa la superiorità della cucina mediterranea su ogni altra dieta. Credo che da allora, in modo estremamente coerente con i loro gusti culinari, nessuno di loro abbia mai più messo piede in un ristorante giapponese. Questo lunghissimo aneddoto introduttivo per spiegare ciò che la maggior parte della critica musicale italiana sembra non aver capito, ovvero: se una cosa ti fa schifo, tendenzialmente ti ci tieni alla larga. Se il sushi non ti piace, eviti di andarci una volta alla settimana per lamentarti che la caprese o la pasta alla carbonara non sono in menù, altrimenti – credo proprio che sarete d’accordo con me – rischi di sembrare scemo. Così, quale sia l’inimmaginabile ragione che vi faccia sembrare sensato lamentarvi di quanto sia vecchia e noiosa un’istituzione televisiva fondata nel 1951 che porta il nome di Festival della canzone italiana, io proprio non lo capisco. Perché? Proviamo a sviscerare la questione punto per punto.

La mascella di Claudio Baglioni e la sua lungimirante direzione artistica

Considerando che ormai anche la generazione dei nostri genitori ha imparato a guardare i film in streaming, il target di riferimento della televisione italiana trova il suo picco nella fascia di ascoltatori tra i 60 e i 90 anni. Perché non dovrebbe andare bene un affascinate e brizzolata istituzione della nostra storia musicale (alla quale il Festival è dedicato) per dirigere e presentare la tradizionale competizione di ugole? Chi ci avreste messo al posto di Baglioni? Qual’è la scelta “giovane”? Fabrizio Corona? Che poi non mi sembra neanche ci sia andata così male, vista l’esclusione repentina del brano dei New Trolls a causa di qualche rima decisamente poco consona, avvenuta proprio per merito di Baglioni (“E la paura poi ci assale – nelle vie delle città / Non ci permette più di camminare – con l’amata libertà / Sono troppi gli occhi sconosciuti – troppi intorno a noi / Tutti i nostri sacrifici – sono a rischio sai” – sì, è successo davvero).

Achille Lauro

Ecco il nuovo che tutti aspettavamo! Finalmente! La trap a Sanremo! Neanche il tempo di goderci mezza strofa di quella che è sicuramente una delle migliori canzoni in gara che cominciano a piovere articoli, dichiarazioni e lamentele varie: “Ma è una canzone dedicata alla droga!”. Anche ammesso che sì, la strizzata d’occhio ci sia, ditelo agli autori di Lucy In The Sky With Diamonds, Perfect Day, Heroin, Brown Sugar e molti altri casi noti della discografia dagli anni ’60 a oggi. Ma non a Sanremo. Ed ecco che, veloce come un attacco di diarrea, arriva la consegna del tapiro di Valerio Staffelli al nostro trap boy preferito, facendo fare un bel balzo indietro fino agli anni ’90 alla televisione italiana. E sapete cosa? Me la vedo proprio, una bella casalinga sulla settantina, innamorata di Baglioni e dei suoi smoking traslucidi, a inveire incazzatissima contro Lauro mentre Staffelli gli urla “Non a Sanremo! Non si fa una canzone sulla droga! Ma non ci pensi ai nostri ragazzi?!”. Quindi: siamo sicuri che serva una bella ventata di nuovo al Festival di Sanremo?

Alessandra Amoroso, Bocelli e gli altri ospiti

Chi preferivate per alzare un pochino gli ascolti? L’operaio che si vuole buttare dalla piccionaia con un lettera su quanto sia dura essere in cassa integrazione o quello che cerca di darsi fuoco in diretta con la benzina?

Il Volo

Io difenderò sempre questi ragazzi. E sia ben chiaro, la loro musica mi fa schifo. Riempiono stadi in America con ‘O Sole Mio, pizza-mafia-mandolino e viva l’Italia. Vendono, vendono tantissimo. E sapete cosa? Fanno benne, proprio come ai tempi fecero Modugno e Carosone. Vi dà fastidio l’immagine che danno dell’Italia all’estero? Anche a me. Eppure non ci possiamo fare niente, se non chiedere anche di smettere di aprire pizzerie, gelaterie e Typical Italian Restaurant in giro per il mondo. Potete sperare di reincarnarvi svedesi, canadesi o australiani, ma per ora, vostro malgrado, siete italiani. E la pizza piace proprio a tutti. 

Tiriamo quindi le somme di questa soffertissima edizione del Festival di Sanremo. Nonostante buona parte della critica sembri sognare un mondo in cui a Sanremo ci va Aphex Twin, credo che anche per quest’anno ci dovremo tenere Sanremo per quello che è: una trasmissione vecchia, un bel po’ pacchiana, pesante come il pranzo di Natale con i parenti e noiosa come il brano di Motta. E visto che la guarda più o meno lo stesso target di Striscia la notizia e Paperissima Sprint (che ricordo andare regolarmente in onda tutte le sere) forse va anche bene così. I collezionisti avranno un altro prezioso episodio da mettere nella sezione “trash televisivo italiano”, sulla stessa mensola di “Mike Buongiorno prende per il culo e Depeche Mode” e “Iva Zanichi caga in studio”. Oppure, come ho fatto io, potete anche non guardarlo. Davvero. Potete non accendere la televisione, cambiare canale o guardare la vostra serie Netflix preferita. Al pranzo di Natale invece no, a quello non si può non andare. Siamo italiani, dopotutto.

Francesco Sacco