[…] Per questo motivo chiedo a tutti voi di contribuire a questa battaglia per la valorizzazione della nostra musica nelle radio. Qualsiasi vostra iniziativa sarà preziosa affinché si affermi il principio che la musica italiana fa parte del nostro patrimonio culturale e in quanto tale va valorizzata e difesa.

Francesco Sacco

Giulio Rapetti Mogol, presidente SIAE

La prima volta che ho letto questa mail firmata Giulio Rapetti Mogol, presidente della SIAE, ero praticamente in dormiveglia. Non mi sono preoccupato particolarmente: sono iscritto alla SIAE da quando ho diciotto anni, quindi sono piuttosto abituato a ricevere comunicazioni scritte con i toni del bollettino della vittoria di Caporetto del Generale Diaz. Poi, più o meno mezzora dopo, la veglia mi ha donato lucidità sufficiente per dare spazio alla domanda: che cosa è successo? Per cominciare a fare un po’ di chiarezza ed evitare di trovarci a dirigere il battaglione per combattere questa “guerra” al fianco di Al Bano, Piotta, Piero Pelù, Eugenio Finardi e i pochi altri che si sono immediatamente pronunciati incondizionatamente a favore della proposta, o al contrario, ignorare il contenuto e fermarsi alla forma (anche se esilarante, vi do ragione), propongo di ripercorrere la cronologia della questione.

Febbraio 2016
La FIMI (Federazione dell’Industria Musicale Italiana) chiede di garantire il 20% dei palinsesti radiofonici a opere prime e seconde di artisti italiani.

Novembre 2017
L’allora Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Dario Franceschini parla della possibilità di prevedere quote di obbligatorietà di trasmissione della musica italiana in apertura della Milano Music Week.

Febbraio 2019
L’Onorevole Morelli presenta una proposta di legge titolata Disposizioni in materia di programmazione radiofonica della produzione musicale italiana nella quale propone “che le emittenti radiofoniche, nazionali e private debbano riservare almeno un terzo della loro programmazione giornaliera alla produzione musicale italiana, opera di autori e di artisti italiani e incisa e prodotta in Italia, distribuita in maniera omogenea durante le 24 ore di programmazione”, e inoltre che una quota “pari almeno al 10 per cento della programmazione giornaliera della produzione musicale italiana sia riservata alle produzioni degli artisti emergenti”.

Come possiamo dedurre dalla cronologia dei fatti, non si tratta assolutamente di una proposta mai sentita prima, ma, al contrario, già ampiamente discussa internamente. Quindi, prima di bollare la proposta come nazionalista, ottusa e reazionaria, propongo di sfoderare tutta la nostra buona fede e credere che il fatto che la data della presentazione della proposta sia immediatamente successiva a quella della vittoria sanremese di Mahmood (la cui canzone trarrebbe giovamento da questa proposta!) sia un semplice esempio di cattivo tempismo e cattivissima comunicazione. Proviamo a immaginare uno scenario in cui questa proposta passa, e i network radiofonici sono costretti a riservare un terzo della loro programmazione ad artisti italiani:

La domanda aumenterebbe e il mercato musicale italiano vivrebbe un notevole incremento. L’aumento della richiesta sarebbe immediatamente seguito da un aumento della produzione, giovando abbastanza nell’immediato, oltre che agli artisti, a tutti i lavoratori del settore (studi di registrazione, autori, turnisti, arrangiatori…).

Sarebbe molto più facile accedere alle programmazioni radiofoniche. Anche questo piuttosto ovvio: se invece che programmare i palinsesti radio in base all’indice di gradimento degli ascoltatori e agli interessi legati al diritto d’autore (spesso le radio acquistano parte dei diritti di un brano) le emittenti fossero costrette per un terzo a trasmettere roba italiana, viene da sé che comincerebbero a cercare musica italiana di qualità con il lanternino.

Non esisterebbero più le radio di settore: se ora io voglio aprire una radio e trasmettere solo musica folkloristica russa posso farlo, dopo questo provvedimento non più. Potrei trasmettere due terzi di musica folkloristica russa, il restate di musica italiana. Quindi probabilmente network estremamente focalizzati su un genere (penso ad esempio a Lifegate per l’indipendente o a M2O per la dance zarra) smetterebbero di esistere per come li conosciamo. O dedicherebbero il loro “terzo obbligato” rispettivamente a Vinicio Capossela e Franchino.

L’Italia sprofonderebbe ancora di più nel terzo mondo musicale.Vi siete mai accorti che se ascoltassimo solo la radio non avremmo la più pallida idea delle classifiche internazionali? Vi faccio un esempio: quando Shallow di Lady Gaga e Bradley Cooper ha vinto l’Oscar come Miglior canzone mi trovavo in Germania per lavoro: in aeroporto, in taxi, in hotel, al supermercato, Shallow era dappertutto. Sono tornato in Italia e Radio Deejay mandava Calcutta con Elisa, Virgin la stessa compilation da pub per motociclisti che trasmette da dieci anni, RTL 102.5 il nuovo abominio di Takagi e Ketra. Nessuna traccia del singolo in vetta alle classifiche di tutto il resto del mondo.

Quindi che fare? Ovviamente non lo so. Sicuramente siamo di fronte a un proposta nella quale rischi e benefici si equivalgono. La cosa migliore sarebbe quella di trovare un modo per potenziare i benefici ed eliminare i rischi, ad esempio riformulando la proposta in forma di libera adesione, oppure rivolta solo alle radio più importanti (aka quelle i cui passaggi determinano un vero giro di soldi), lasciando che le varie LifegateM2ORadio Clavicembalo Temperato e Radio Maria si dedichino indisturbate a soddisfare la propria nicchia. Come al solito, il vero problema dell’Italia non è il cosa ma il come: applicare male questo disegno di legge prospetterebbe uno scenario apocalittico nel quale Loredana Bertè, Al Bano e Nek finiscono in alta rotazione. Applicarlo bene potrebbe incidere positivamente sul mercato, di conseguenza sulla produzione artistica italiana. Saremo mai capaci? Non lo so. Intanto Al Bano appoggia l’invasione russa in Crimea e viene bandito dall’Ucraina, mentre qualcuno, chiuso negli uffici SIAE, affila la sua piuma d’oca e svita il tappo al suo calamaio.

Francesco Sacco