Voto

8.5
Clint Eastwood è tornato. La leggenda che da qualche tempo pareva aver perso il tocco magico, scivolato in una parabola discendente che in Ore 15:17 – Attacco al treno ha segnato il suo esito più infausto, è finalmente tornata allo splendore di una carriera che ha fatto la storia del cinema.

Accantonando la riflessione sull’eroe moderno che ha visto nel cecchino Chris Kyle (American Sniper, 2014), nel capitano Sullenberger ex aviatore dell’US Air Force (Sully, 2016) e nei tre marines Stone, Skarlatos e Sadler (Ore 15:17 – Attacco al treno, 2018) i militanti cantori della contemporaneità spartiti tra ottemperanza al dovere e human factor, Eastwood torna alla crepuscolarità dell’ultimo vero eroe portato sullo schermo dal suo cinema: il Walt Kowalski di Gran Torino (2008). Con lui torna anche Nick Schenk, che, già autore del film del 2008, riporta in vita atmosfere e personaggi che hanno molto in comune con quelle di 10 anni prima.

Anche qui la vecchia generazione si vede costretta, suo malgrado, a cedere il passo alla nuova: il coltivatore di fiori Earl Stone assiste al fallimento della propria impresa schiacciata dall’efficienza di internet, da ordini e spedizioni che si muovono più veloci di lui. Il mondo delle convention, delle fiere floreali e della gallantry a cui lui appartiene viene sbrigativamente sostituito da quello del “tutto e subito”, in una più ampia transizione generazionale che vedremo coinvolgere non solo il campo della floricoltura ma anche le gerarchie dei cartelli messicani della droga (qui Andy Garcia è il boss gentiluomo Laton, sopraffatto dai più giovani e avidi guardaspalle).  

Per quanto in cinica opposizione alle abitudini dei giovani (fin troppo esasperata forse la critica all’uso dei cellulari: “don’t you guys live life outside the goddamn phone?” è un ritornello ricorrente), Earl non tarda troppo ad adattarcisi. Assoldato come corriere del cartello, impara a messaggiare, a sbarazzarsi di un telefono dopo l’altro anche se perfettamente funzionante e sostituisce il fido pickup Ford con un super moderno Lincoln truck, piegandosi alle regole dell’obsolescenza rapida e incontrollabile che governa il presente. Si tratta della stessa rassegnazione, non priva di curiosità, che porta l’uomo a non scomporsi troppo davanti alla scoperta della natura del proprio carico. È con questo spirito condiscendente eppure estremamente ribelle nel suo conservatorismo che Earl si inserisce nel mondo dei corrieri della droga, rivoluzionandolo con la propria immagine da viejito e, soprattutto, da gringo, e con i propri itinerari improvvisati, irregolari e imprevedibili.

È proprio nelle sequenze alla guida, attraverso le steppe di Texas e Oklahoma e poi il paesaggio fluviale del Missouri, che sta l’essenza stessa del film. È inevitabile fissare ammaliati lo schermo mentre Eastwood/Stone cavalca le highways del Sud intonando le note immortali di Johnny Cash e Dean Martin e il pensiero non può che andare a sequenze simili di un altro omaggio che il cinema di quest’anno ha rivolto ad una delle sue leggende. Lo sguardo innamorato con cui lo spettatore guarda a Eastwood che guida cantando e mangiando un gelato, infatti, è lo stesso con cui guardava Robert Redford a bordo della Chevrolet Impala (o Camaro o qualsiasi altra delle tante auto che ruba nel film) in Old man and the Gun di David Lowery.

Entrambe icone di un mondo che non c’è più, tutt’altro che perfetto eppure auratico, glorioso, di cui già sentiamo la mancanza. In questo senso si inquadrano le allusioni razziste del film: si tratta di un razzismo innocuo, se così si può dire, che sta nelle parole (beaner, negros) più che nella sostanza ed è nient’altro che un retaggio del vecchio ordinamento (come dimostra lo sketch ironico, e autoironico, del messicano che non parla spagnolo e per cui essere fermato dalla polizia rappresenta statisticamente l’esperienza più pericolosa della propria vita).

Si può comprare tutto tranne il tempo, ci insegna Earl e quel “guilty” finale sancisce una lezione di vita oltre che di cinema destinata a restare impressa nella memoria dello spettatore a lungo.

Giorgia Maestri