A quasi un anno dalla chiusura delle sale cinematografiche – con una breve e illusoria parentesi a fine estate -, l’intero pubblico si è trasferito sulle piattaforme streaming, veicolo non di opere ma di prodotti, plasmati ad hoc sulla base di mode e tendenze e con l’obiettivo di innescare un consumo spasmodico e passivo, allontanando l’audience dalla (ri)scoperta dei film del passato e ignorando i lavori indipendenti e autoriali contemporanei – le eccezioni ci sono, ma si contano sulle dita di una mano, tra cui spiccano MUBI e byNWR. Una tendenza presente già da tempo e che la crisi sanitaria ha slatentizzato, portando alla luce da una parte l’incapacità del sistema delle cineteche italiane e del circuito d’essai di adattarsi al mondo digitale, dall’altra il totale menefreghismo delle istituzioni nei confronti di queste realtà culturali da tutelare.

Se la pandemia non ha smosso minimamente l’attenzione da parte dello stato nei confronti della filiera cinematografica italiana – anzi -, qualcosa sembra essersi mosso al suo interno, tra la realizzazione di archivi digitali e l’organizzazione di sale web. In questo clima di rinnovamento non poteva rimanere in disparte la Cineteca di Bologna con il suo festival Cinema Ritrovato, che fin dalla sua fondazione nel 1986 continua a tenere in vita e valorizzare la storia del cinema e del restauro cinematografico, rimanendo un’eccellenza a livello mondiale. In quest’ottica si inserisce l’estensione digitale del festival, Il Cinema Ritrovato fuori sala, lanciato il 18 dicembre 2020 su Mymovies.

Al costo di 15 euro mensili (12 con la sottoscrizione Amici della Cineteca) è possibile visionare una serie di 15 opere selezionate a rotazione ogni mese, affiancate da un ricco compendio critico – in stile MUBI. Arriveranno così, comodamente nelle vostre case, i migliori restauri che hanno trovato spazio nel festival nel corso degli anni, tra dai grandi classici e perle misconosciute, provenienti non solo del nostro cinema ma anche da paesi solitamente poco battuti dalla distribuzione nazionale. Un’occasione per avvicinarsi all’affascinante mondo del restauro cinematografico, un mondo in costante evoluzione, teso allo svelamento o al ritrovamento dei tasselli mancanti e dimenticati della storia del cinema. Per orientarvi in questo universo, abbiamo individuato delle perle rare presenti sulla piattaforma e altrimenti introvabili, da non perdere assolutamente.

Se in precedenza film come Ich war neunzehn (1968) di Konrad Wolf o Chess of the Wind (1976) di Mohammad Reza Aslani erano visibili solo in versioni pesantemente castrate per la scarsa qualità dell’immagine, sul Cinema Ritrovato fuori sala tornano a risplendere, mostrandosi nella loro forma primigenia. Esemplare anche la presenza di due lungometraggi italiani essenziali per comprendere il fenomeno del neorealismo italiano: Luci del varietà (1950) e Due soldi di speranza (1952). Il primo è l’esordio alla regia di Federico Fellini, che sulla scia della tradizione dell’immediato dopoguerra cattura l’essenza dello spettacolo del varietà, l’unico difficilmente controllabile dai censori, portando sullo schermo le pulsioni negate dal tradizionalismo cattolico a un pubblico che sogna sempre più l’edonismo americano. Il secondo è uno dei massimi esempi del cosiddetto neorealismo rosa, ovvero una degenerazione del movimento cinematografico omonimo di cui conserva solo i protagonisti e le situazioni popolari a scapito della critica sociale, che compromise definitivamente la carica rivoluzionaria del filone, già sopravvissuto al tentativo, rivelatosi fallimentare, da parte della Democrazia Cristiana di imporre un neorealismo cattolico sfruttando la figura di Roberto Rossellini.

I documentari di Vittorio De Seta raccolgono la pesante eredità neorealista di Visconti, e grazie al restauro in 4K messo a disposizione dalla Cineteca possiamo ammirarli in tutta la loro struggente bellezza. Questi cortometraggi si concentrano su comunità marginali, mal collegate alle grandi città, dove il tempo sembra essersi fermato all’Ottocento dei Malavoglia. Questi lavori, insieme alle opere documentaristiche coeve di Luigi di Gianni, propongono uno sguardo essenziale e misconosciuto sulle condizioni dell’Italia meridionale appena prima del miracolo economico.

La piattaforma permette inoltre di visionare i restauri di due opere seminali apparentemente agli antipodi: Moulin Rouge (1952) di John Huston e Il piacere (1951) di Max Ophüls. Da una parte una produzione hollywoodiana che descrive, attraverso un eccezionale policromismo, la vita dissoluta del pittore Henri de Toulouse-Lautrec; dall’altra un’opera francese di un regista inviso ai censori italiani, che bloccarono in un limbo di otto anni Il piacere e l’amore (1950). Per questo, il primo ottenne il nulla osta del Ministero, che all’epoca chiudeva facilmente un occhio in favore delle produzioni hollywoodian, mentre del secondo fu vietata la visione per i minori di sedici anni. Il Cinema Ritrovato fuori sala non è dunque solo una rassegna digitale, ma un archivio che permette di ampliare il proprio bagaglio di visioni e le prospettive storiografiche sul cinema, collegando lavori apparentemente sconnessi in una visione unica e articolata, conducendoci idealmente da Federico Fellini a John Huston.

Davide Rui