Quando si sente nominare lo Studio Ghibli, viene subito in mente una dimensione favolistica e fantastica, tratti infantile, e anche una precisione tecnica impeccabile. Ma la stratificazione interpretativa e il linguaggio universale con cui si presentano i loro film permette loro di offrire una sfumatura diversa a seconda del pubblico che si trova fruirne. A quanti sarà capitato di guardare Porco Rosso da bambini, per poi accorgersi solo da adulti della brutale rappresentazione della guerra proposta dal film. Questa struttura rende le opere dello Studio Ghibli delle Wunderkammer: stanze delle meraviglie, tripudi di oggetti straordinari, grandi contenitori di meraviglie e di significati che non si rivelano mai tutti in una volta, ma solo con il tempo e la maturazione.

Da qualche settimana è arrivato su Netflix Il castello errante di Howl, che è l’emblema di questa struttura. Per capire cos’è e com’è fatta una camera delle meraviglie, basterebbe pensare alla camera da letto di Howl: una stanza di cui si fatica a individuare le pareti e i confini, perché straripante di amuleti e cimeli eccentrici. E allora, qual è il contenitore, il guscio esterno della Wunderkammer? La risposta è: la superficie, l’immediatamente percepibile, ovvero ciò che riescono a cogliere angli occhi di un bambino. Nel caso di un’opera cinematografica, significa la dimensione estetica con cui viene veicolata la storia, che a sua volta, nel caso dello Studio Ghibli, si tratta della tecnica di animazione.

Un bambino di certo non saprà chi è Albert Robida, scrittore e illustratore francese vissuto a cavallo tra l”800 e il ‘900, ma proverà comunque un indicibile stupore di fronte al stile suo fantasmagorico, che lo accomuna a Miyazaki. Il regista giapponese sembra infatti essersi ispirato al taglio fantascientifico alla Jules Verne delle illustrazioni di Robida, in particolare per la progettazione del castello di Howl, che a tutto somiglia fuorché a un castello.

Ma l’occhio del bambino non coglie solamente questo aspetto. Anche a livello contenutistico c’è qualcosa di immediatamente percepibile: la morale della favola. L’amore che tutto risolve e che cura ogni dolore è tra le più inflazionate delle morali, tanto che un adulto potrebbe chiedersi se davvero tutto il film sia riconducibile solo a questa utopia un po’ melensa. Ma è proprio la struttura della Wunderkammer a confermare il contrario, a celare altro sotto questa superficie.

All’interno della Wunderkammer c’è tutto ciò che non è percepibile da un punto di vista semplicistico, infantile. C’è la violenza della guerra e il modo in cui entra prepotentemente nella storia, la discrepanza tra apparenza ed essenza – Sophie, anziana sgraziata ma dall’animo dolce; Howl, di bell’aspetto ma dall’interiorità logora; uno spaventapasseri legnoso fuori ma elegante dentro; una strega dalla presenza autoritaria ma sotto sotto innocua. A seconda del fruitore, Il castello errante di Howl sembra trasformarsi, rivelando diverse sfumature delle riflessioni che affronta. Ma non stratta di significati celati: la camera delle meraviglie si presenta a porte spalancate, è solamente l’occhio di chi guarda che deve essere pronto a cogliere anche negli angoli più nascosti.

I film dello Studio Ghibli non ci stancheranno mai con i loro contenuti inesauribili e dalle mille sfaccettature. Seguono questa struttura anche altri film, come La città incantata (2001), Il mio vicino Totoro (1988) o Si alza il vento (2013) – solo per citarne alcuni. Un ottimo pretesto per fare un rewatch, e un ottimo momento per farlo, dato che il catalogo di Netflix ha accolto (quasi) tutti i titoli dello studio.

Chiara Ghidelli