Voto

6

Il castello di vetro presenta un certo modo di trattare la luce e un simbolismo privato e familiare che delineano le coordinate del microcosmo degli Walls, nucleo centrale della pellicola: chi parla il loro linguaggio, fatto di termini forti e versi animali, può fare parte della tribù, gli altri sono fuori. Una tribù dotata di proprie regole, di un sistema di leggi che si propongono come alternativa al mondo esterno. Una tribù concreta e genuina come lo sono i suoi componenti: Jeannette (Brie Larson) – testimone della storia, dal momento che il film è tratto dal suo romanzo – e il tirannico, esplosivo, alcolista, buono e al contempo malvagio padre Rex (Woody Harrelson) sono personaggi concreti, fatti di carne, che portano sullo schermo sangue e ossa, gioie e dolori.

Ma oltre a questa suggestione estetica e caratteriale, non c’è altro. Fallisce infatti il tentativo di costruire un’analisi approfondita del rapporto tra una vita libera, sganciata dagli obblighi della società e una vita convenzionale e confortevole ma giocoforza legata a noiosi riti sociali di ripetizione e menzogna. Fulcro della narrazione e creatura ibrida, dotata di una “doppia cittadinanza”, Jeanette è cresciuta nella natura, lontano dal mondo, circondata esclusivamente dai fratelli e dai genitori un po’ creativi e un po’ spiantati, sempre in fuga dagli esattori. Finita a New York, trova un lavoro rispettabile e un fidanzato, il tipico buon partito patinato e noioso, che si concretizza in un personaggio piattissimo impersonato da Max Greenfield.

A far deragliare la pellicola è quella che potrebbe essere definita come sindrome di Captain Fantastic: non basta confrontare in maniera raffazzonata la vita dentro e fuori la società senza scavare nel profondo della psicologia dei personaggi, indagare quali cambiamenti comporta il passaggio da una dimensione all’altra o, ancora, animare i loro fantasmi, le loro paure.

Salva in parte il lavoro la presenza silente del continente americano: un personaggio di sfondo strepitoso per estensione e paesaggi, che si fa vero e proprio protagonista. Percorso nella sua estensione dagli Walls alla ricerca di un luogo degno dove costruire il loro “castello di vetro”, realizzando il grande sogno impossibile di Rex. È l’America a ispirare il suo animo, tanto iracondo e violento quanto idealista e sognatore, ed è ciò che sta diventando l’America a infiammare la sua collera.

Ambrogio Arienti

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