Voto

7

Esordio low-budget distribuito da Netflix e passato al Torino Film Festival, Il buco dello spagnolo Galder Gaztelu-Urrutia racconta di una sorta di prigione verticale (il buco, per l’appunto), in cui ogni livello è abitato da due ospiti, non solo criminali che scontano le loro pene ma anche volontari che vogliono sconfiggere qualche vizio o portare a termine un impegno sempre procrastinato, come nel caso del protagonista Goreng (Iván Massagué), entrato nel buco per imporsi di smettere di fumare e leggere finalmene Don Chisciotte di Cervantes – a ogni individuo è inoltre consentito di portare con sé un oggetto a propria scelta. Goreng si sveglia al 48° piano e non sa nulla del funzionamento della struttura, ma grazie al suo inquilino viene a conoscenza di alcune informazioni: si mangia solo una volta al giorno attraverso una piattaforma che scende a partire dal piano zero e attraversa tutti i piani fino all’ultimo.

Sulla piattaforma sono disposti piatti dall’aspetto eccezionale, preparati nella quantità esatta per garantire la sopravvivenza di ogni detenuto, che ha a disposizione due minuti prima che il cibo passi al livello successivo. I primi a ricevere il cibo si abbuffano e man mano la piattaforma si svuota, riempiendosi solo di avanzi ed escrementi – ovviamente le regole impediscono di conservare il cibo, pena l’innalzamento o l’abbassamento della temperatura del piano fino a fare morire i detenuti bruciati o assiderati. Ogni primo del mese gli ospiti si risvegliano in un nuovo piano in modo del tutto casuale: ognuno di loro sperimenta fame e ricchezza. L’allegoria è servita.

Ibrido tra The Cube, Snowpiercer, Parasite e Saw, Il buco spiega fin dall’inizio le regole del “gioco”, esplicitando direttamente di voler costruire un’allegoria della divisione della società in classi sociali e della disparità verticale che le distanzia, e avanza subito una riflessione: tutti gli ospiti sembrano adattarsi a questa struttura senza riflettere su come cambiarla e manifestando le conseguenze disumane a cui conduce un’esistenza in cattività.

La prigione-buco assume i connotati di una società marcatamente individualista compressa in un edificio verticale, mostrando in modo provocatorio che chi ha la possibilità di vivere nell’abbondanza è giusto che ne approfitti, mentre chi si trova senza risorse è giusto che soffra. Tanto prima o poi tocca a tutti, nel bene e nel male. Allegoria orrorifica della società di oggi e delle crepe dell’iniquità sulla quale si basa – o almeno dovrebbe – Il buco è un film situazionale, dove lo spazio in cui viene collocato un campionario di personaggi simbolo di un’umanità alla deriva assume una teatralità beckettiana. Una società del domani ossessionata dalla fobia per un futuro senza prosperità, senza sostegni, senza alimenti.

Con una sceneggiatura che, nonostante qualche incongruenza, tiene incollati allo schermo dall’inizio alla fine, le ottime performance degli attori trasportano gli spettatori nelle assurdità di un mondo disincantato e privo di qualsiasi coscienza collettiva, tranne per il protagonista: è lui l’unico ad avere il coraggio di togliersi il velo di Maya dagli occhi e accettare la sfida di rinunciare al proprio egoismo in favore della collettività spezzando così questa catena malata di vittime e carnefici. Punto forte del film è anche la sua struttura visiva: la scelta di scarnificare e rendere estremamente semplici i piani crea un contrasto violento con l’abbondanza della piattaforma. Il buco, infatti, si apre nella cucina della prigione, con gli chef al lavoro per preparare piatti gourmet da ristorante stellato sotto la supervisione di un capo cucina: il cibo è mostrato sotto una luce divina e viene calato proprio dall’alto. Ma il finale non ci riporta lì, al piano zero, mancando di portare a compimento l’allegoria incarnata dal cibo.

Il punto debole del film è proprio il finale, che prende un’inaspettata virale moralista e si fa letteralmente sfuggire dalle mani la ciliegina sulla torta. Ne risente la potenza del messaggio, che in questo momento ci riguarda molto più da vicino di quanto forse avremmo mai pensato: chi vive nella ricchezza ha la possibilità e la responsabilità di decidere della sorte di chi non gode di pari benefici

Anna Pennella