Voto

8

Attesissimo dopo il successo di Joy as an Act of Resistance (2018) e nato nel solco della nuova dimensione mainstream del progetto, il terzo disco degli Idles è un appuntamento al quale Joe Tablot e soci non si fanno trovare impreparati. Ultra Mono non vive soltanto dell’energia marchio di fabbrica della band inglese, ma anche di una nuova consapevolezza riguardo la fama e il successo: accanto alle tematiche socio-politiche e alle battaglie ideologiche strillate nei microfoni, l’album svela una dimensione di maturità, coerente a un carisma inconfondibile. Il risultato è un disco che non lascia indifferenti, schietto negli arrangiamenti e onesto nel rappresentare una realtà complessa e in continua evoluzione.

“Can you hear the thunder? This is the sound of strength in numbers” grida Talbot nel singolo Grounds, continuando le liriche futuristiche della traccia di apertura War, tra onomatopee e provocazioni. La marcia è inserita e con Mr. Motivator compare la critica della retorica “you-can-do-it” e dei cliché degli idoli delle masse. La delicatezza dell’intro di Kill Them With Kindness è solo una parentesi prima che Model Village dipinga con cruda schiettezza una società di valori omologati e tossici, con uno dei ritornelli più efficaci dell’album insieme a Ne Touche Pas Moi. Il processo alla nobiltà e alla classe dirigente arriva in Reigns, in cui la voce di Talbot suona come una lontana coscienza (“How does it feel to have shanked the working class into dust?”), mentre nel sipario del disco dominano le ammorbidite sonorità di A Hymn, solitario cigno nero nel sound dell’album, e la grintosa Danke.

Tra citazioni interne e temi ricorrenti (“I am I”, Grounds), Ultra Mono è un discorso unitario e progressivo, che restituisce un’immagine completa della band e della sua poetica. Nella continuità di una personalità rara, Ultra Mono consacra il valore degli Idles e ne approfondisce le sfaccettature, dando ancora una volta prova del fatto che non si tratta soltanto di amplificatori, distorsioni e men che meno di post-punk.

Riccardo Colombo