Voto

8

“Di tutto ciò che l’uomo, spinto dal suo istinto vitale, costruisce ed erige, nulla è più bello e più prezioso per me dei ponti. I ponti sono più importanti delle case, più sacri perché più utili dei templi. Appartengono a tutti e sono uguali per tutti, sempre costruiti sensatamente nel punto in cui si incrocia la maggior parte delle necessità umane, più duraturi di tutte le altre costruzioni, mai asserviti al segreto o al malvagio”.

Ivo Andrić, 1963

Ed è di un ponte che parla I tuffatori, primo lungometraggio di Daniele Babbo, già regista di videoclip per i più noti artisti del panorama contemporaneo italiano, da Calcutta ai Baustelle. Il ponte è il Ponte Vecchio di Mostar, simbolo involontario del terrificante fratricidio che colpì la Jugoslavia, distrutto e poi fedelmente ricostruito dal disegno originario. Ed è sullo sfondo di questo Paese e della sua travagliata vicenda che il documentario prende forma e trae colore, il colore dell’acqua del fiume, il Narenta. Un documentario che parla di uomini, giovani atleti, per lo più testimoni sopravvissuti in una patria martoriata, che ancora mostra sulle superfici dei luoghi, sui corpi e negli animi dei suoi abitanti le cicatrici indelebili del sanguinoso conflitto balcanico; mentre i più giovani, in cerca del tuffo perfetto, pensano al futuro. I tuffatori è un documentario sulla memoria che dal presente guarda verso un futuro incerto, addentrandosi nei meandri di un passato rivisto con quel senso di morte, violenza e sofferenza lasciato dalla guerra che ha travolto la città di Mostar e la sua gente.

Ne emerge uno sguardo su ciò che è, su ciò che è stato e su ciò che forse sarà, restituito con un rispetto e una forte vena nostalgica che prendono le corde del cuore e della mente senza scadere mai nella facile spettacolarizzazione del dolore. Attraverso la descrizione di un microcosmo in chiave epica rivisitata, il documentario rintraccia emozioni e corrispondenze tra il presente e un passato mai dimenticato, intrecciando connessioni e aprendo a una speranza di rinascita. A Mostar, ogni giorno da duecento anni, orde di tuffatori si lanciano dall’altezza di 16 metri dello Stari Most, il “Ponte Vecchio”, costruito nel XVI secolo: una vecchia tradizione che di generazione in generazione non è mai stata interrotta, neppure durante la guerra, nonostante il ponte sia stato distrutto nel 1993. Daniele Babbo rappresenta quel rituale antropologico, mai contaminato dal mondo esterno, né cancellato dal regime socialista di Tito o dalla forza distruttrice della guerra, rimasto come elemento integrante di un’umanità che intende rigenerarsi nell’atto del tuffarsi, riemergendo rinvigorita dall’acqua. Non vi è una sostanziale differenza tra i ragazzi che oggi si lanciano dal ponte e quelli delle immagini di repertorio degli anni Settanta. L’acqua azzurro smeraldino del fiume Narenta, più volte ritratta da Babbo nel documentario, assurge così a simbolo di rinascita, non soltanto del singolo, ma dell’intera comunità di Mostar.

I tuffatori di Babbo sembrano, infatti, rinascere ogni volta nell’aria e nell’acqua: quale che sia la loro età ed esperienza di vita, eccoli che s’inerpicano oltre la balaustra, a un passo dal vuoto, per poi lanciarsi. La loro vita, a ben vedere, è un tuffarsi nel vuoto. E dopotutto Mostari, da cui viene il nome della città, significa proprio “guardiani del fiume”, testimoniando il forte ruolo simbolico di quello scorrere d’acqua, lenta e inesorabile. Allo stesso modo, il documentario di Babbo possiede una sotterranea potenza espressiva, resa attraverso un linguaggio semplice e mai banale, spesso ricco di immagini impressionistiche che privano di centralità la narrazione. Ciò che permane è la sensazione del tuffo, il racconto aneddotico delle tante esperienze di tuffo, più o meno dolorose. Permane il luccicare al sole della pelle bagnata e la tensione prima del lancio. Babbo, come il pubblico che attende a bordo fiume, osserva incantato da “l’altezza sotto il naso e il gonfio del costume”, e ne immortala l’istante, in una sorta di sospensione dell’incredulità, senza cercare di comprendere fino in fondo i secoli che hanno prodotto quell’istante, quella tensione e quel lancio.

Il tuffo dal ponte, tradizione e al contempo attrazione turistica, rappresenta qualcosa di assai più profondo e radicato per i cittadini di Mostar. Babbo lo presenta in una dimensione quasi epica, un’epica contemporanea che fa del tuffatore un eroe moderno, una fonte di ispirazione, incarnazione di qualcosa di sacro. Gesta che, di fronte alla macchina da presa, diventano qualcosa di più significativo, un atto di coraggio e resistenza che va ben oltre il tuffo da grande altezza. Sotto di loro scorre un flusso ininterrotto di turisti, che assistono dal ponte stesso o dalle sponde del fiume Nerenta – alcuni persino con l’intenzione di parteciparvi – al piccolo ma sentitissimo rito rappresentato da quei tuffi temerari e coreografici. Babbo lascia chiaramente spazio alla sensazione che tutto sia vissuto dai protagonisti come una sorta di chiamata mistica e religiosa: il ponte, il fiume, l’uomo, tutto diventa primordiale e viscerale. I tuffatori si rivela così un inno alla trasformazione di un gesto da profano a sacro, e il pubblico, abbracciato pienamente dalle acque nel tuffo, diventa parte di questo forte, corale momento cerimoniale, colmo di una spiritualità invisibile quanto onnipresente.

Il documentario di Babbo sembra nascere dalla necessità di descrivere gli esseri umani che dietro all’attrazione turistica, superando quell’immaginario superficiale da filmini turistici e resoconti di viaggi, per addentrarsi più profondamente nella comunità viva e autentica di Mostar. I tuffatori racconta dall’interno questi eroi, delle generazioni e della storia. Le interviste e l’osservazione sono l’ossatura su cui si regge la struttura narrativa di questo film-diario antropologico, che raccoglie il vissuto di un microcosmo descritto attraverso salti temporali – resi possibili dalle riprese realizzate nel corso degli anni e dall’impiego di preziosi materiali d’archivio. Ne emerge un efficace ritratto corale che si avvicina con delicatezza e rispetto ai suoi soggetti, scrutando sotto la superficie, entrando e uscendo dalla sfera pubblica e privata dei protagonisti, con un alternarsi di momenti individuali e collettivi tra il ponte, il quartier generale dei tuffatori e i rispettivi domicili. Con rara sensibilità e senza forzature, Babbo ci fa entrare nella vita intima dei protagonisti, da cui emergono l’ansia e il desiderio di ritrovare oggi un’autentica prospettiva di vita. In questo modo, l’autore riesce a restituire le diverse dimensioni a cui appartengono generazioni differenti, che trovano in quel ponte un crocevia e una memoria comune.

Il documentario apre la possibilità di un futuro incerto, a volte negato e rifiutato dai tuffatori, ancorati al loro ruolo e alla loro terra, fieri della storia e della tradizione che portano avanti, ma incapaci di vedere altra strada davanti a sé. In un contesto sociale dai pochi sbocchi lavorativi ancora condizionato dalle divisioni interne incombe il dramma odierno dell’emigrazione quale unica chance per le nuove generazioni, come una sorta di esilio cui l’eroe viene costretto. Tuttavia, pur tra i problemi e la povertà, quegli stessi tuffatori tornano ogni giorno al ponte, orgogliosi di essere sempre loro, i tuffatori di Mostar.

Anna Chiari