Voto

8

Opera prima di Pietro Castellitto, presentata alla 76a edizione della Mostra D’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti e vincitrice del premio per la Miglior Sceneggiatura, I predatori è un film feroce, moderno e personalissimo. Castellitto osa fin dal suo esordio, e vince. Non ha paura di sbagliare, consapevole che gli errori fanno parte del gioco; non ha paura neanche di essere sfiorare l’ego trip, anche se sa che verrà giudicato. “I predatori è un film denso, pieno di personaggi che si sfiorano, ma di fatto sono soli, persi in quei tratti di vita dove nessuno sembra capirti,” scrive il regista nelle note di regia.

Il film parla dei Vismara, una famiglia di Ostia composta da due fratelli (Antonio Gerardi e Giorgio Montanini) invischiati nel traffico di armi, che si rifugiano nell’ideologia fascista come unico appiglio nella pesantezza della loro esistenza. E poi ci sono i Pavone, una ricca famiglia borghese di Roma, padre medico (Massimo Popolizio), madre regista di cinema (Manuela Mandracchia) e figlio problematico (Pietro Castellitto) appassionato di Nietzsche, ma che a causa delle sue instabilità mentali viene tagliato fuori dalla spedizione che avrebbe riesumato il cadavere del filosofo per studiare la psicosomatica della sua follia. A legare i destini di queste due famiglie sono un sadico truffatore di orologi (Vinicio Marchionni) e una bomba data alla persona sbagliata.

I predatori racconta così una Roma personalissimamente caricaturale, dipinta dall’occhio dell’attore, regista e sceneggiatore: il suo background e il suo immaginario brillano in una detonazione del cinema italiano, svincolandosi abilmente da qualsiasi tradizione e inserendosi a pieno titolo in questa nuovissima stagione segnata dalla firma di numerosi talenti emergenti – i fratelli D’Innocenzo, Stefano Cipani, Fulvio Risuleo, Ludovico Di Martino e Carlo Sironi. Roma e Ostia, borghesi e borgatari, accomunati da una profonda crisi identitaria: due mondi distanti e incompatibili, ma sottilmente connessi da eventi imprevedibili. Il caso, le coincidenze e le contraddizioni. Da questi due mondi che collassano l’uno sull’altro Castellitto è stato capace di estrarre la carica grottesca di una realtà complessa e beffarda, che si fa parodia di se stessa. L’atmosfera straniante non è definita a priori, ma è ottenuta da numerosi accorgimenti sia in fase di scrittura che di messa in scena. Lo dimostra la scena del pedinamento di spalle degli ‘attori sociali’ iniziale, quella in cui iniziamo a seguire Vinicio Marchioni che ci conduce a casa dei Vismara.

E se spesso nei tempi scenici dilatati Castellitto trova una chiave stilistica del suo mondo sopra le righe, è nella recitazione il cuore pulsante del film. Ogni attore offre un’interpretazione capace di essere allo stesso tempo over acted e inserita nell’atmosfera dell’opera. Un approccio eticamente teatrale a cui il personaggio di Federico si presta, tanto I predatori sembra essere stato sviluppato proprio intorno a lui, un carattere centrale capace di essere il degno alter-ego del regista, veicolo della sua visione cinematogrfica. Federico vive quindi in bilico tra due tensioni opposte: da un lato è un tassello essenziale dello strambo coro di personaggi che nutre questa tragicommedia, dall’altro tenta di elevarsi a eroe, catalizzando la tragedia. Ed è qui che nasce lo stravagante personaggio di ragazzo che tenta di sovvertire un mondo accademico che lo rifiuta.

In fondo, il tema de I predatori è chiaro. Non ci sono prede, ma solo persone che inseguono disperatamente qualcosa: come Federico, tutti i personaggi si rivelano profondamente distruttivi e autodistruttivi. In questa perpetua ricerca, tutti finiscono per danneggiare qualcuno, ma sulle loro colpe il film tace sadicamente. Forse, il vero messaggio del film risiede in un’unica scena: quella tra Pietro Castellitto ed Emanuele Linfatti, due colleghi universitari che sentenziano frasi discutibili sui massimi sistemi, ognuno a difendere la propria visione della vita, mentre bevono una birra qualsiasi in un pub qualsiasi e se la rovesciano addosso, forse se la sbrodolano anche, addosso. È questa l’unica scena “brutta” del film, ma è anche quella in cui Castellitto si mostra nella sua completezza, dichiarando il suo pensiero sulla settima arte.

I predatori si toglie pezzo dopo pezzo la veste della tragedia corale per mostrare la miscela esplosiva di commedie che è nella sua essenza: dalla situation comedy a punte di screwball e slapstick, senza mai rinunciare a quel black humour che si trasforma in politically incorrect (geniale a riguardo la scena in cui Federico rompe il salvadanaio con un David di Donatello) . Pietro Castellitto firma una grande pièce, dimostrando di saper padroneggiare le forme del linguaggio cinematografico.

Anna Pennella