J’Accuse (An Officer and a Spy), Roman Polanski, Italia/Francia | Concorso Venezia76

Dramma storico in costume, J’Accuse è il racconto di Polanski del caso Dreyfus, una delle macchie nere giudiziare e militari più dense della storia francese degli ultimi due secoli. Una tensione a più riprese trascina lo spettatore in un climax ascendente che lo porta a un’identificazione almeno emotiva – se non totale – con Georges Picquart e la sua integrità energetica, espressa al massimo del suo carisma dall’interpretazione di Jean Dujardin. La sua è la ricerca di una verità al di là di quella posticcia imposta da uno stato a uno stato per mascherare un errore giudiziario: ecco il discorso etico che permea l’intero film. E la lezione è efficace, forte dell’esperienza e della capacità del regista di gestire i tempi narrativi, trascendendo dalla magnifica cornice estetica in cui questa storia umana è racchiusa e ponendo al centro non la vittima Dreyfus (un irriconoscibile Louis Garrell) ma una riflessione densa e autoreferenziale sull’essere umano e sul bisogno della ricerca di una verità fuori dal recinto istituzionale in cui viene stabilita.

Carlotta Magistris

Ema, Pablo Larraín, Cile | Concorso Venezia76

Pablo Larraìn, le donne, Valparaìso. Ema è un film che finalmente mette sul piatto la necessità di rappresentare una femminilità tossica, dopo aver ampiamente sdoganato una mascolinità di quel segno: una protagonista piromane e che esercita il suo potere abusivo attraverso le armi femminili della seduttività, una sessualità fluida, un’indipendenza ai limiti dell’aridità e un’ode alla distruttività che ogni forma di amore si porta dietro. Questa la merce sul piatto di Ema, un film davanti a cui non si rimane indifferenti: gli uomini tendono a rifiutarlo, le donne più o meno serenamente si prendono la responsabilità di identificarsi. Perché la figura femminile che si costruisce attraverso estetiche da videoclip, decostruzioni temporali, capelli mascolini biondo platino tutti all’indietro e dialoghi pieni del veleno di un amore finito e di un trauma da elaborare è un ritratto di un erotismo femminile che guarda al futuro. Quella della protagonista Ema è infatti un’emancipazione che straripa da tutte le strutture teoriche ed etiche sottintese al termine stesso, disorientando davanti al valore della lussuria lo spettatore in cerca della morale.

Carlotta Magistris

Martin Eden, Pietro Marcello, Italia/Francia | Concorso Venezia76

Infuocato dall’amore per una bella aristocratica, il semplice marinaio Martin Eden (interpretato da un bravissimo Luca Marinelli, fresco di Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile) intraprende una mirabolante parabola evolutiva che trae della cultura e delle belle lettere la forza di propulsione: inebriato dal fascino decadente dei versi baudelairiani, da illetterato bracciante diventa presto avido studente e aspirante scrittore. Nel mare di letture che divora appassionatamente, la scoperta del darwinismo sociale di Herbert Spencer lo coinvolge in una spirale ideologica di stampo individualista, in opposizione tanto al dilagante socialismo popolare, quanto al borghese liberalismo: attraverso l’individualismo Eden si riscatta come uomo, colto e finalmente rispettabile, ma nell’individualismo precipita, scivolando in un abisso di alienazione ed egocentrismo che lo consumano fatalmente. Imbruttito, scialbo e  con i denti anneriti che ricordano quelli del Ludwig di Visconti (1973) – inghippato in una simile ma esemplare decadenza –  Martin vive un deterioramento fisico specchio di un impoverimento morale, impassibile spettatore del realizzarsi di quello spleen che era stato il suo battesimo letterario. Si tratta della vicenda di un singolo, del marinaio Martin Eden, ma forse può diventare una storia umana – come suggeriscono le immagini di repertorio che trapuntano con insistenza la narrazione –, una storia di sentimenti, desideri, aspirazioni, paure e tormenti di un’intera collettività.

Giorgia Maestri

Adults in the Room, Costa-Gavras, Grecia/Francia | Fuori Concorso

“There should be adults in the room”. Le camere sono quelle in cui viene deciso il futuro del rapporto fra l’unione europea e la Grecia, mentre quest’ultima attraversa una delle crisi economiche più pesanti della sua storia. Costa-Gavras, ormai longevo anche nel raccontare la storia del proprio Paese nel suo cinema, gira un film sobrio e onesto che ruota attorno alla figura di Gianis Varoufakis, protagonista del braccio di ferro con un’Europa che mette davanti al valore umano di un popolo un’economia dai conti più che quadrati. Evitando l’iper narrativizzazione del suo personaggio principale, che spesso è la via per una maggiore fruibilità di un film che restituisce la cronaca di una pagina politica buia, il regista si concentra sul suo ruolo politico, mantenendo un tono ironico ma puntuale ed evitando il facile rischio della glorificazione. Ne esce un’opera di un artista che, insieme a Varoufakis, difende la dignità del proprio Paese e di un popolo che – come da tradizione – si affida ai proprio politici per custodire un ideale di umanizzazione davanti a una dilagante politica arida e depersonalizzata.

Carlotta Magistris

Sole, Carlo Sironi, Italia/Polonia | Orizzonti

Esordio al lungometraggio, Sole è la storia difficile di una maternità acquistata, accudita e poi strappata via per rendere felice qualcun altro. Nel mezzo ci sono due persone avvolte nella propria solitudine individuale e forzate a una condivisione di spazi, che trovano il proprio Sole nella lenta tenerezza che finisce per pervadere il loro rapporto: Ermanno e Lena, lui taciturno e ludopatico, lei polacca, poche parole italiane a disposizione e col sogno di trasferirsi in Germania al termine della propria gravidanza non desiderata. E poi c’è la vita con i propri cambiamenti impercettibili, silenziosi o gridati in faccia mentre ci si prova a salvare a vicenda con le poche armi sentimentali non offensive che si hanno a disposizione. Un film fatto di colori freddi, porte che si aprono e si chiudono, riverberi di una casa troppo vuota che all’improvviso si riempie di conflitti sussurrati e di un amore quasi solo immaginato.

Carlotta Magistris

Collectiv (Collective), Alexander Nanau, Romania/Lussemburgo | Orizzonti

Nel novembre del 2015 un incendio scoppiato nel locale notturno Collectiv di Bucarest uccide 32 persone. 180 vengono ricoverate in gravi condizioni per le ustioni riportate. Molti di loro perdono la vita nei giorni successivi a causa di infezioni batteriche contratte in ospedale. Intanto le autorità assicurano di aver messo a disposizione dei feriti i migliori trattamenti possibili. Partendo da qui, il regista Alexander Nanau segue passo passo le fasi dell’inchiesta di Gazeta Sporturilor (la Gazzetta dello Sport rumena), che ha indagato sul caso scoperchiando una rete di corruzione così estesa da aver infettato ogni nodo della sanità rumena, dai produttori di disinfettanti al Ministro della Salute. Ne esce un ritratto drammatico di uno dei Paesi più poveri e corrotti d’Europa, dove la ricchezza rimane in mano a pochi e un forte movimento popolare si scaglia contro il malgoverno dei propri impresentabili leader. Negli anni che ci separano dai fatti raccontati, la frattura tra politica e società si è radicalizzata, non solo in Romania ma nel mondo intero, culminando con le vittorie di Trump e della Brexit. Ed è in quest’ottica che il film di Nanau ha il suo merito maggiore: mostrare il vero volto dei potenti e dei poteri che plasmano la nostra esistenza.

Francesco Cirica

Verdict, Raymund Ribay Gutierrez, Filippine/Francia | Orizzonti

Il primo lungometraggio del giovanissimo regista Raymund Ribay Gutierrez è il convulso racconto del rapporto tra giustizia, violenza e società nelle Filippine di oggi. La pellicola si apre con quella che è la straziante quotidianità per un grandissimo numero delle famiglie del Paese: la violenza domestica. Gutierrez appiccica la camera a mano ai suoi protagonisti, restituendo con il suo andamento sfuso e confuso la frustrante lentezza della giustizia filippina, che è la vera imputata messa sotto accusa. Verdcit trova nell’asprezza delle sue immagini la forza e la dignità della sua denuncia.

Davide Spinelli

Mio fratello rincorre i dinosauri, Stefano Cipani, Italia | Eventi speciali

La fine di una giornata, il parcheggio di un supermercato, una vecchia station wagon e una riunione di famiglia. Questa l’emblematica immagine iniziale con cui Stefano Cipani apre Mio fratello rincorre i dinosauri (2019), tratto dall’omonimo libro di Giacomo Mazzariol. In un luogo e in un tempo non definiti, le vicende della famiglia di Jack ruotano intorno la nascita e alla crescita del fratello minore Giò, affetto dalla sindrome di Down. La narrazione, enfatizzata dalla voce fuori campo del protagonista, diventa un percorso di formazione a tappe, con tutte le difficoltà e gli ostacoli del percorso di Jack verso la sua nuova vita, quella tra i “grandi”. Un mondo a cui non era preparato, che lo costringe ad affrontare e accettare le conseguenze delle proprie azioni, imparando piano piano a comprendere i pregi e le potenzialità del fratellino. Scegliendo di trattare un tema così delicato, Cipani si assume un grande rischio, ma riesce a gestirlo con serietà e intelligenza, senza mai scadere nel banale o nel melodrammatico. La narrazione agile, leggera e ironica e la scelta di lasciare in sospeso le coordinate spazio-temporali trasformano la storia in una fiaba moderna e delicata, allontanando i facili cliché per raccontare una storia familiare vera, bella e umana.

Alessandro Foggetti