Post Nebbia è il progetto del giovane cantautore e produttore padovano Carlo Corbellini. Dopo l’uscita del disco d’esordio Prima Stagione (2018), la sua musica ha attirato l’attenzione della scena grazie a un affascinante approccio alla produzione e al caleidoscopio creato da testi introspettivi ed efficaci nella resa di immagini potenti. A distanza di due anni, anticipato da singoli e collaborazioni di spicco (Dutch Nazari, Golden Years), il 23 ottobre è uscito per Dischi Sotterranei e La Tempesta il primo vero e proprio album dei Post Nebbia. Canale Paesaggi racconta l’alienazione da sovraesposizione mediatica, con un focus sulle reazioni provocate dalla televisione e dai media digitali nella psicologia individuale. Lungo le nove tracce dell’LP, il concetto si accompagna ad arrangiamenti a metà fra il moderno indie-rock psichedelico ed escursioni in territori più black/hip-hop, sapientemente strutturati per dar vita a uno dei sound più interessanti dell’anno. Abbiamo fatto qualche domanda a Carlo Corbellini per saperne di più del suo rapporto con schermi e canali regionali, per parlare di science-fiction e dei dischi che hanno ispirato Canale Paesaggi.

L’evoluzione del progetto da Prima Stagione a Canale Paesaggi è udibile nelle tracce e visibile nei passi in avanti della band, ma come la racconteresti dal tuo punto di vista?
Nell’arco di questi due anni sono successe così tante cose che è difficile sintetizzarle a dovere. Prima Stagione è un disco nato in una situazione in cui nessuno sapeva a cosa stessi lavorando: visto che, al di là dei miei amici, nessuno sapeva dell’esistenza dei Post Nebbia, quel disco è nato proprio per necessità, è stato fatto in casa nel modo più spontaneo possibile. Nonostante i suoi limiti, l’elemento che ha permesso che Prima Stagione arrivasse alle persone è di sicuro l’intenzione di fondo, al di là anche dei mezzi a mia disposizione per rendere a pieno quell’intenzione. Il seguito di quel disco sono stati i primi live, le prime attenzioni, l’incontro con Dischi Sotterranei e quella che è diventata l’identità dei Post Nebbia. Nel nuovo disco penso di essere riuscito a rendere diverse cose meglio: in Canale Paesaggi ho sentito di avere più controllo sul risultato finale, per il fatto di averci passato più tempo, di averci investito più attenzione e dedizione. Prima Stagione fatico un po’ ad ascoltarlo adesso: ho la sensazione che se potessi fare ogni cosa, ogni dettaglio di quel disco oggi, li farei diversamente.

Canale Paesaggi è un concept album che racconta l’alienazione da sovraesposizione mediatica, un tema tanto percepito quanto taciuto dai più, o perlomeno segretamente assecondato. Credi sia questa la croce sociale dei nostri anni?
Di croci sociali ce ne sono tante in realtà! Credo che si tratti di una condizione che tutti quanti viviamo, e l’esperienza umana di quest’ultimo anno, tra isolamento e lockdown, non ha fatto che acuire questa “croce”. Ad essere sincero, non ho iniziato a scrivere questi brani con uno sguardo critico o con un intento polemico nei confronti della televisione, ma le mie principali fonti di ispirazione hanno adottato questo atteggiamento: i libri che ho letto, ad esempio, partono dall’analisi dell’egemonia del medium televisivo sulla vita delle persone. La mia paura, che in un certo senso si è avverata, era che questo disco venisse recepito come una polemica nei confronti dei media. Ogni tanto la curiosità mi spinge su Genius per vedere come vengono interpretati i miei testi, e leggo sempre commenti sulla “la società”, ma è un’implicazione che sinceramente non era nella mia intenzione. È più un disco introspettivo, che affronta la questione da un punto di vista soggettivo senza la pretesa che questo approccio sia comune a tutte le persone. È un disco solitario, claustrofobico, e proprio per questa caratteristica ha dei limiti nell’essere politico.

Ne La mia bolla canti: “sto scegliendo i miei mezzi d’informazione per confermare quello che so già”, in riferimento al fenomeno delle echo-chamber: come definiresti la contemporanea attitudine all’informazione nelle generazioni più giovani ed esposte?
In un modo o nell’altro, noi siamo dipendenti da dei mezzi che acuiscono i nostri pregiudizi. Considera l’esempio dell’algoritmo taste engine, che pre-seleziona contenuti che possono piacerti sulla base delle tue ricerche preferite: questo sistema può funzionare su Spotify o YouTube, ma diventa estremamente pericoloso quando applicato ai metodi di accesso all’informazione. Se degli algoritmi che tendono in qualche modo a “chiudere lo spazio” decidono come l’individuo riceve informazioni dal mondo esterno, è un vero problema ed è il modo in cui riceviamo le informazioni oggi. La mia bolla ruota attorno a un atteggiamento di rinuncia triste, ma accettata, nei confronti di un mondo che ci viene oggi presentato sempre al netto del compromesso con i nostri pregiudizi, con le nostre pre-impostazioni “di fabbrica”. Credo che questo sia uno dei testi più rassegnati che io abbia mai scritto, ma è accompagnato da una strumentale fluida e spensierata, felice: l’effetto che vuole suscitare si gioca su questo contrasto.

“Progettando una piccola trappola per il me di domani mattina, e gli tolgo due ore di sonno guardando la quinta puntata di fila”. Qui e altrove si incontrano i temi della scissione dell’io e del consumo forsennato di contenuti: significa che una sorta di crisi identitaria è necessaria conseguenza di questa ingordigia digitale?
Questa è un’implicazione critica che non ho mai considerato. Personalmente credo sia più un’auto-analisi sul mio essere un disperato procrastinatore. Quando sei chiuso in casa nello stesso infinito loop di cose, tutti i giorni, vivi il momento senza considerare una dimensione temporale articolata nella quale organizzare impegni, buttar giù una scaletta e infine avere un obiettivo nelle attività quotidiane ha un senso. Finisci per essere scollegato perfino da quello che tu stesso devi fare “domani mattina”, che per la tua vita è utile e necessario portare avanti. Questo è un po’ il significato della frase che hai citato, ma quello che hai notato tu è vero: l’immersione e sconnessione totali date da contenuti che ti ipnotizzano, come una serie Netflix, fanno si che in quel momento tu esisti in funzione di quella cosa, e non di te stesso e dei tuoi impegni.

Ma esiste, in ultima analisi, un conflitto tra questi due “io”?
Sì, c’è sicuramente una dimensione di conflittualità. In ogni dipendenza grave, esiste sempre una forma di auto-sabotaggio: introducendo una nuova necessità per il tuo organismo e per la tua vita, in un modo o nell’altro sacrifichi il resto per poter garantire quell’oggetto di necessità. Esiste quindi una scissione, ma non credo si tratti di doppia personalità, quanto del consapevole sacrificio di una parte di sé per lasciare spazio alla dipendenza, alla necessità: abbandonare il sé facente parte integrante e funzionale della società e abbracciare il sé fruitore forsennato di contenuti pop.

Tutta questa varietà non mi fa più pensare” (Streaming), come nemmeno la “costante stimolazione” che porta perfino a “vuoti di memoria” e a uno “stato confusionale” in Nuoto sincronizzato: che cosa porta, nei media e nel mondo digitale, a non riconoscere più i confini tra realtà e finzione?
Ricollegandomi ai testi che hai citato, l’enorme varietà e la sovraesposizione sono le due principali differenze tra lo streaming e il broadcasting, la televisione: la fine dell’era in cui qualcun altro decide ciò che tu guardi amplia la libertà individuale, ma pone anche di fronte alla drammatica necessità di scegliere, in cui si finisce per essere persi in un mare di alternative. Questo porta a una minor attenzione al momento della fruizione, perché si ha costantemente in mente la varietà e quelle possibili alternative. Davanti alla televisione invece ci si accontenta del contenuto più affine ai propri gusti, ma non si sceglie mai davvero. Ad essere sincero, non saprei come connettere la sconnessione dalla realtà a questo concetto, ma la riconosco sempre in alcuni programmi dei canali regionali, quelli sui cartomanti e cose del genere: quando la televisione fa così schifo da riuscire ad auto-indicarsi come qualcosa di trascendente, spirituale.

Che sia davanti a Telemarket (Televendite di quadri), a pubblicità di macchine e profumi (Luminosità alta) o a una gara di nuoto sincronizzato, l’occhio di chi dice “io” nelle canzoni è incollato allo schermo, ipnotizzato, come anche nella copertina del disco. Che cosa c’è di affascinante e magnetico nella dimensione fisica dello schermo?
Canale Paesaggi si articola intorno al tema semantico dello schermo: è quella l’interfaccia, il dispositivo con cui tu, spettatore, ti relazioni. Credo che il fascino di questo oggetto stia nel fatto che offra costantemente espedienti di scrittura che hanno sempre a che fare con il paranormale – il fatto di comunicare con qualcosa che in realtà non esiste fisicamente, ma che viene riprodotto da un oggetto fisico. Comunicare con oggetti solo proiettati, e quindi non materialmente presenti, ti spinge a chiederti se anche tu non sei soltanto una proiezione: in Televendite di quadri, chi canta vede se stesso in vendita su Telemarket, non percepisce più la separazione tra se stesso e gli oggetti in vendita.

È possibile rompere l’incantesimo? Se sì, come?
Beh, spegni la televisione e vai a fumarti una sigaretta!

L’atmosfera dipinta dai testi e dalle strumentali, specialmente nella scelta dei suoni di synth, evoca un immaginario da science fiction a tratti destabilizzante. Hai per caso letto romanzi di Huxley o visto film di Kubrick, tra una televendita e l’altra?
Sì, ho visto alcuni film di Kubrick e ho letto 2001: Odissea nello spazio di Clarke, ma credo che l’influenza science-fiction che noti tu, sia nei testi sia nelle strumentali, derivi dal fatto che ho davvero consumato Tranquillity Base Hotel & Casino degli Arctic Monkeys. Quel disco mi ha aperto davvero tantissime prospettive sulle sonorità di quegli anni e sulle scelte di produzione che volevo raggiungere – come quell’eco sulla voce che suona davvero perfetto. Credo sia un album odiato dalle persone che lo odiano per le stesse ragioni per cui è amato da chi lo ama: il suo difetto e il suo punto di forza è il suo essere altamente pretenzioso, un ego-trip chiuso in se stesso, un disco che è esattamente quello che vuole essere. A me è piaciuto un casino e ha davvero segnato il destino di Canale Paesaggi: stavo virando verso direzioni più black/hip-hop, tipo D’Angelo, ma dopo aver ascoltato quell’album mi sono riavvicinato a un certo tipo di rock. Quell’atmosfera da science-fiction c’è nel finale di Nuoto Sincronizzato, dove raggi laser, sintetizzatori ed effetti sonori ricreano proprio quell’ambiente un po’ seventies, un po’ retro-futuristico.

La produzione del disco, interamente a tua cura, combina suoni dal sapore vintage a elementi moderni, soprattutto nella sezione ritmica, ma anche distorte e metalliche voci televisive di “persone di vetro”. Quali sono state le tue principali ispirazioni musicali durante la scrittura e la produzione?
Direi che le principali fonti di ispirazione sono state la Library music, le colonne sonore dei film polizieschi anni Settanta, tutto quel mondo da cui hanno attinto i Calibro 35: Piero Umiliani, Piero Piccioni e quelle musiche “funkettone” da inseguimento in macchina. Parlando di dischi, sicuramente Feelings (1974) di Stefano Torossi: a dire il vero non ricordo se l’ho scoperto prima o dopo aver lavorato Canale Paesaggi, ma il vibe e il mood sono quelli della corrente di gente che produceva colonne sonore in quegli anni. Ho ascoltato anche tantissimo hip-hop, principalmente Madlib e tanti progetti vicini a questo, oltre a Kendrick Lamar e in generale a quella wave un po’ jazz di hip-hop.

Il progetto merita di spiccare il volo e la strada è decisamente quella giusta, nel team di Dischi Sotterranei e de La Tempesta. Vi abbiamo già visti in qualche concerto in streaming, cos’altro c’è da aspettarsi per il futuro?
Sinceramente non lo so, devo ancora capirlo anch’io. Sto cercando di buttarmi sulla produzione, anche per scoprire che cosa imparerò da un approccio di quel tipo. Questo ultimo disco mi ha abbastanza svuotato a livello di idee e ispirazioni, quindi vorrei aspettare un po’ prima di rimettermi al lavoro a tempo pieno per un nuovo disco dei Post Nebbia, anche se in questi giorni mi sta già venendo voglia di iniziare… ci saranno sicuramente cose nuove, solo non so ancora quando. Ho capito che ho bisogno di una direzione chiara quando lavoro a un disco, non riesco a lavorare nel buio: sto ancora cercando di capire cosa voglio inseguire. Parlando di band e di live, stiamo avendo l’occasione di fare qualche concerto in streaming, prossimamente ce ne sarà uno al Bronson di Ravenna. Ovviamente cerchiamo di prendere al volo qualsiasi cosa si possa fare in questi tempi: quando i concerti dal vivo ripartiranno, ci saremo al cento per cento!

Riccardo Colombo