Chiamiamo mare quello che si frappone tra ciò che diciamo e ciò che faremo, ma è lì che viviamo nel presente, programmando un sacco di cose che non faremo mai. Il problema è che non siamo quello che diciamo, non siamo quello che facciamo e non siamo neanche quello che pensiamo. Questa è la premessa da cui prende le mosse il film I giganti per raccontare la storia di cinque amici che si ritrovano in un casa in campagna per sperimentare una nottata sotto l’effetto di droghe pesanti. Una ritualità macabra che assume la forma di un’indagine esistenzialista per spogliare i personaggi delle costruzioni sociali e razionali e rivelare l’orrore dentro sé, l’odio verso tutto ciò che sta fuori da quelle mura ed esplorare il loro daimon (demone) interiore, sancendo l’impossibilità di autoanalisi da parte dell’individuo. Ambientato in Sardegna, uno scenario pregno di storia, linguaggio e tradizioni, ma anche di isolamento, prospettive generazionali deluse e crisi economiche, dove risuona immensa l’eco dello scontro tra natura e cultura, il film si fa portavoce di un dolore umano, globale.

I giganti si regge su una narrazione fuori asse, anarchica nella sua composizione ma semplice nella chiarezza esplicativa delle metafore. All’interno di questa struttura, i protagonisti si muovono in una quasi-unità di spazio (un casolare che, come tanti altri elementi del film, trasmette un senso di posticcio) e di azione, ma la mente dei personaggi è distorta, bloccata, ricorda e ricostruisce collage di flashback. Ne emerge un’interiorità incontrollabile, un caos personale che si svuota e sfocia nell’alienazione, inizialmente legata al divertissement e alla goliardia ma che presto degenera oltre il confine della sanità mentale, nella follia. La risposta del film alla desolazione è cinica, esplicitamente senza senso, se non nella morte e in un ritorno alla natura – rifacendosi alle tradizioni sarde dei guerrieri Shardana e dei giganti delle tombe nuragiche.

Malattia mentale, ansia, depressione, schizofrenia; concetti la cui eco (come durante la pandemia) comunica qualcosa che cerchiamo di nascondere e allontanare. Ma ciò che viene nascosto non scompare. L’incomprensibilità e i disturbi che ascriviamo soltanto a dropout o outcast sono in realtà appartenenti alla natura umana, spaventose proprio quando riconoscibili in noi stessi. Raccogliendo l’eredità di opere come La grande abbuffata di Marco Ferreri o A porte chiuse di Sartre e alle atmosfere di registi come Terry Gilliam e Claudio Caligari, Bonifacio Angius si inserisce nel solco di un cinema italiano che oscilla tra intenti autoriali e stilemi del cinema di genere, rivendicando uno spazio narrativo fantastico, onirico, surreale e meta-testuale, nel quale la droga è oggetto evocativo, mezzo privilegiato nella ricerca dell’Altro-dentro-di-sé.

Pietro Bonanomi