MUBI è una cineteca online dove guardare, scoprire e parlare di cinema d’autore proveniente da tutto il mondo. La selezione dei titoli è affidata a una redazione di esperti del settore, che si occupano di costruire un vero e proprio percorso museale cinematografico attraverso i film (in Cartellone o a noleggio); il Feed, che mostra cosa guardano gli altri utenti; il Notebook con notizie, interviste, reportage, approfondimenti; la Comunità, ovvero il social di MUBI integrato a tutti gli altri; i Focus; gli Speciali; le Retrospettive. Fondato nel 2007, è disponibile in Italia dal 2013 e in altri 200 paesi. Ogni giorno viene proposto un nuovo film, che resta visibile per un mese e viene poi sostituito da un altro, in una rotazione continua. Dal 20 maggio 2020, MUBI ha introdotto la sezione Videoteca: una libreria di centinaia di titoli a completa disposizione di tutti gli utenti.

Orientarsi in questo database sterminato non è facile, così ogni mese vi consigliamo una lista di titoli selezionati dalla nostra redazione. Dopo giugno, per luglio abbiamo selezionato 6 film che riflettono sulla concezione di individuo e di identità, indagando le pulsioni più recondite dell’essere umano. Il cinema ha compiuto questa operazione sin dalle sue origini, ed ecco una carrellata di film che, dal documentario al film erotico, hanno lavorato a una decostruzione dei valori e dei preconcetti della società.

Veronika Voss, Rainer Werner Fassbinder, Germania Ovest, 1982 (8 luglio)

Nel 1982 escono nelle sale europee Veronika Voss e Querelle de Brest ddi Rainer Werner Fassbinder, due film che rappresentano la maturità raggiunta dall’autore. Lo stesso anno, Fassbinder morirà per overdose, a soli 39 anni. In Veronika Voss il regista abbandona completamente l’uso esplosivo del colore che aveva caratterizzato i suoi film precedenti, rifugiandosi in un immaginario in bianco e nero che omaggia e allo stesso tempo decostruisce il cinema espressionista tedesco. Questa scelta stilistica è ideale per raccontare una storia ispirata alla figura di Sybille Schmitz, che narra gli ultimi anni di vita di un’attrice caduta in disgrazia, succube di un decadimento fisico e psicologico. I temi politici e sociali che hanno contraddistinto le opere precedenti dell’autore, come La Terza Generazione o Le lacrime amare di Petra von Kant, vengono qui riversati sull protagonista in una valenza puramente egoriferita. Classico nello stile ma esplosivo nel contenuto, vi consigliamo questo film punto di partenza se ancora non conoscete un regista seminale per il Nuovo Cinema Tedesco.

Junun, Paul Thomas Anderson, USA, 2015 (13 luglio)

Paul Thomas Anderson è ormai riconosciuto a livello globale, ma forse non tutti hanno visto Junun: un mediometraggio girato tra Vizio di Forma e Il Filo Nascosto, una sorta di backstage della produzione dell’omonimo album di Shye Ben Tzur e Jonny Greenwood, realizzato in India utilizzando strumentisti e maestranze locali. Con una troupe ridotta all’osso, Anderson ci catapulta, sequenza dopo sequenza, in un’esperienza musicale vivace e mai banale, che rielabora la tradizione sonora indiana attraverso stili differenti. La regia si discosta dallo stile di Anderson, seguendo piuttosto la natura documentaristica del progetto. Ma Junun è molto più di un film backstage o concerto: le immagini permettono alla musica di dialogare con gli spazi, creando un’atmosfera fuori dal tempo.

General Idi Amin Dada: A Self Portrait, Barbet Schroeder, Francia, 1974 (31 luglio)

Negli anni Settanta Barbet Schroeder fu il primo regista occidentale a ottenere il permesso dalle autorità dell’Uganda per filmare la vita del sanguinario dittatore Idi Amin Dada. Ma l’egocentrismo e il comportamento narcisista del generale finiscono col prendere il controllo sul film, trasformando quello che doveva essere un ritratto imparziale per un pubblico occidentale in un autoritratto personale, manipolatorio ed eccentrico. Il fascino esercitato dalla potenza dell’immagine ha da sempre ossessionato i regimi totalitari, che hanno fatto largo uso del cinema a scopi propagandistici. Ma Schroeder non è Leni Riefenstahl, e per questo il contrasto visivo e narrativo tra i crimini del regime ugandese e la vita quotidiana del dittatore creano un quadro straniante e drammatico. General Idi Amin Dada: A Self Portrait è un esempio di Cinéma vérité che ha dimostrato la grande capacità del cinema di interpretare la realtà, influenzando un’intera generazione di registi, tra i quali Joshua Oppenheimer.

Ecco l’impero dei sensi, Nagisa Ōshima, Giappone, 1976 (Videoteca)

Parallelamente alla Nouvelle Vague, tra gli anni Sessanta e Settanta si sviluppa un movimento analogo in Giappone, che lancia nel panorama internazionale registi come Shoei Imamura, Kiju Yoshida, Hiroshi Teshigahara e Nagisa Ōshima. Quest’ultimo è noto in tutto il mondo per due lungometraggi che provocarono uno scandalo per via dei contenuti considerati eccessivamente erotici: L’impero della passione ed Ecco l’impero dei sensi, film passati su Fuori Orario senza mai trovare un’ampia distribuzione internazionale. Ecco l’impero dei sensi analizza il rapporto tra erotismo e violenza, raccontando da vicino l’evolversi di una relazione sessuale che inizialmente si muove lungo i pattern prestabili dalla società, per poi esondare in territori sempre più estremi. Ōshima incentra la narrazione sul rapporto dei due protagonisti, che vivono e si muovono solamente tra le mura di casa; un metafora che rappresenta la profondità del rapporto ma anche la sua malsana morbosità. A questo si aggiunge un’aspra denuncia nei confronti della società giapponese, che vedeva e vede ancora oggi il godimento sessuale come una prerogativa esclusivamente maschile. In questo film, infatti, i ruoli si ribaltano, in una continua lotta fra le parti che veicola un significato ben preciso in una dimensione microscopica (la coppia), ma anche macroscopica (la società).

Cassandro, the Exotico!, Marie Losier, Francia, 2018 (Videoteca)

Cassandro, the Exotico! fa parte di una ristretta cerchia di documentari in cui il soggetto protagonista si apre completamente davanti alla macchina da presa e si racconta senza escludere niente, né le sofferenze, né gli sbagli commessi. Cassandro, un luchador dichiaratamente omosessuale, si mette completamente a nudo di fronte alla documentarista Marie Losier e al pubblico, in un film che ripercorre l’anticonvenzionale carriera dell’atleta. Il film non vuole essere un film sportivo per un’audience di appassionati, quanto piuttosto uno studio psicologico, che attraverso il pugilato indaga un lato ancora poco conosciuto della comunità LGBTQ+ e senza alcuna velleità sensazionalistica. In un settore prettamente machista, Cassandro è riuscito a fare accettare la propria omosessualità, ma il documentario evidenzia anche le ombre che hanno caratterizzato questo percorso personale e professionale: la tossicodipendenza e il dramma del decadimento del corpo atletico, che hanno da sempre minato la sanità psicologica di Cassandro.

The Fall, Jonathan Glazer, Regno Unito, 2019 (Videoteca)

Il genere horror si nutre di quelle fobie e angosce che cerchiamo di reprimere attraverso la razionalità, ma che popolano immancabilmente i nostri incubi e pensieri più cupi. Glazer in The Fall realizza un cortometraggio che è permeato da uno snervante senso di impotenza e terrore onirico. Questi elementi sono capaci di riassumere la potenza insita in un genere che per troppo tempo è stato bistrattato dalla critica. Allo spettatore non vengono concessi punti di riferimento: l’azione si svolge in un anonimo bosco, i personaggi sono tutti mascherati e sono proferiscono parola. Le azioni che popolano il film appaiono, nella loro violenza, inspiegabili proprio a causa della mancanza di un contesto ben definito e per questo cariche di orrore e mistero. The Fall è un incubo terrificante dal quale lo spettatore non vedrà l’ora di svegliarsi.

Davide Rui