L’idea per I Dream of Wires di Robert Fantinatto e Jason Amm – film disponibile su Apple TV e Google Play – nasce quando il figlio del regista Robert Fantinatto mostra al padre una foto pubblicata su Instagram dal disc jokey Deadmau5 con un sintetizzatore Buchla; una fotografia che dimostra quanto, nell’attuale era della bedroom music, il synth modulare sia ancora uno strumento cruciale. Eppure, la storia di questo strumento non è mai stata raccontata nella sua interezza, almeno prima di questo documentario. Quando, nel 1895 il cinematografo sancisce la sua prima apparizione con i fratelli Lumière, i tentativi di immaginare il futuro di questa nuova invenzione furono numerosissimi e tra i più disparati; si cercava di comprendere quale fosse il suo senso, quali fossero le ragioni del suo immenso successo, quanto sarebbe durata la vita del nuovo fenomeno, quali sarebbero state le linee guida per il suo futuro. Il dibattito principale si dispiegava però in merito a due funzioni principali del mezzo: il cinema come documento storico per documentare e reiterare tempi lontani e persone defunte, o come macchina per produrre nuove rappresentazioni nel tutto distaccate dalla realtà? Questo genere di riflessioni non sono poi così diverse da quelle che si sollevano intorno a ogni nuova invenzione; d’altronde, quando il sonoro venne introdotto per la prima volta, qualcuno dichiarò che avrebbe sancito la morte del cinema, eppure siamo ancora qui. L’eccitazione data da una nuova scoperta, infatti, risiede nello spazio tra la volontà di perfezionare qualcosa che esiste già e l’aspirazione a raggiungere un punto che nessuno aveva neanche mai immaginato prima

Negli anni ’50, sulle due coste statunitensi iniziano le prime sperimentazioni di un nuovo strumento chiamato sintetizzatore: il suono prodotto sembrava provenire da un passato oramai perduto, ma allo stesso tempo risultava estremamente futuristico. La storia del synth modulare, infatti, non è solo la storia di un nuovo oggetto, ma è anche la storia di come la cultura di massa reagì di fronte a un’invenzione dalle spropositate potenzialità, che avrebbe cambiato la storia della musica per sempre. Tutto inizia ad Harlem, presso il dipartimento di musica elettronica della Columbia University. In quelle stanze giaceva l’RCA Mark II, il sintetizzatore più antico ancora esistente, che desta l’attenzione di un giovane studente di fisica del campus, Robert Moog. È lui a intuire la necessità di un sintetizzatore che permetta di controllare e trasformare il suono similmente all’RCA, ma in modo più pratico, aggiungendo qualcosa di familiare, che gli esperti del settore sapessero già manovrare: una tastiera.

Dalla costa opposta, intanto, arrivano strani suoni che non avevano nulla a che fare con gli ambienti accademici. San Francisco, sulla West Coast, era il centro pulsante di una rivoluzione sociale innescata dalle contro culture giovanile e dalla sperimentazione, una ribellione totale nei confronti dei valori post-bellici e un inno a nuovi stili di vita, nuove visioni, nuovi estri artistici. Uno dei tanti ad aderire a questo movimento è Don Buchla, ex ingegnere della NASA che si era unito al collettivo del Tape Music Center, un gruppo di compositori avanguardisti fondato da Morton Subotnick. Ed è proprio quest’ultimo a intuire cosa sarebbe successo di lì a poco: intervistato dai due registi del documentario, svela di avere previsto che, nel giro di poche generazioni, sarebbe nato un nuovo genere di produzione musicale ben lontano dagli ambienti accademici, basato su un accesso democratico a strumenti e risorse, che avrebbe permesso a chiunque creare e manipolare il suono da casa, “come se dipingesse“. Nel frattempo, anche Buchla sperimenta con nuovi tipi di sintetizzatori più pratici, pur prendendo le distanze dall’idea di Moog: rifiuta l’idea di un’interfaccia familiare composta da tasti bianchi e neri, in quanto detesta il pensiero di relegare la musica elettronica a qualcosa di già conosciuto, e mira a creare uno strumento totalmente distante da qualsiasi cosa ricordasse un approccio tradizionalista. Il duo Buchla-Subotnick introduce quindi, al posto della tastiera “alla East Coast”, una sorgente di voltaggio a controllo tattile, funzionante in base alla pressione della pelle, La East Coast Philosophy e la West Coast Philosophy si scontrano per tutti i decenni a seguire, come i Lumière-Mèliés della musica.

Tra il 1967 e il 1968 però, due esperimenti quasi opposti spostano l’attenzione su una stessa riflessione: dove risiede la vera natura della musica elettronica e quale sarà il suo futuro? Il documentario di Fantinatto e Amm passa così a ripercorrere l’impatto sociale e culturale di album come Silver Apples Of The Moon (1967) di Morton Subotnick e Switched-On Bach (1968) di Wendy Carlos. Il primo, showcase del sintetizzatore Buchla 100, era composto da sonorità crude, suoni spaziali, anti-melodici, sospesi: sperimentazione pura. Al contrario il secondo, della compositrice che scriverà la colonna sonora di due film di Stanley Kubrick (Arancia Meccanica e Shining), consiste in un esercizio perlopiù tecnico, eseguendo il Concerto brandeburghese n. 3 di Johann S. Bach con un sintetizzatore Moog Modular; operazione che rese Switched-On Bach uno dei dischi di musica classica più venduti al mondo. Ma era davvero musica classica? I due album erano gli emblemi delle due filosofie contrastanti: da un lato, l’approccio Moog-Carlos, che sembrava limitare il vocabolario musicale; dall’altro, gli outsider sperimentatori della West Coast, che volevano espandere questo vocabolario senza alcun paletto.

Sebbene vendesse, l’idea di Moog si rivelò un’arma a doppio taglio. Il rischio, avveratosi, era che fosse inaccessibile per chi non aveva mai visto un sintetizzatore, e risultasse un semplice strumento per fare cover di canzoni già esistenti, ignorando così le sue potenzialità creative. La vera svolta arriva grazie al rock negli anni ’60 e ’70, quando i musicisti della scena, affascinati dalle nuove sonorità permesse dallo strumento, decidono di farle proprie – nel film sperimentale Umano, non Umano (1969) di Mario Schifano, infatti, compare proprio Keith Richards alle prese con i moduli di un synth. L’arrivo degli anni ’80 segna un’altra tappa: l’esplosione della sottocultura punk, che, come racconta nel film Chris Carter dei Throbbing Gristle, non vede di buon occhio chi sperimentava con la musica elettronica. Eppure, è grazie a chi difende all’epoca quelle sonorità, che nasceranno generi come l’Industrial, il Synth pop e l’Acid-house. Intanto, nell’immaginario collettivo, il dualismo West-East continua a sussistere: Switched-On Bach viene individuato come l’origine dell’elettronica commerciale “occidentale” e Silver Apples Of The Moon delle sperimentazioni orientali fuori dagli schemi.

Con queste premesse storiche, Jason Amm e Robert Fantinatto raccontano la naturale evoluzione dello strumento: l’arrivo del digitale, la rivalutazione dei synth analogici, la retromania per il vintage, gli anni Duemila, l’arrivo della PC music e l’era delle possibilità, come quella di avere un intero studio racchiuso in un computer. Ecco perché il synth rimane una macchina straordinaria, a metà tra nostalgia e trasformazione, tra retromania ed evoluzione; lo strumento che ha reso la musica elettronica il genere che si pone a cavallo tra tradizione e progresso. Nel 2014, quando la bedroom music, musica interamente scritta, prodotta e suonata in una camera da letto, si trova in cima alle classifiche senza più destare scalpore, i due registi di I Dream of Wires ci mostrano le immagini del disc jokey Joel T. Zimmerman, in arte DeadMau5, intento a scegliere i moduli per la realizzazione di un sintetizzatore vecchio stile, personalizzato secondo le sue esigenze. Nell’era dell’ibridazione dei generi, della collage-culture e dei sample, il sintetizzatore non è ancora invecchiato, e sta vivendo una nuova age d’or: “Prendi questo, Wendy Carlos!” esclama Jack Dangers dei Meat Beat Manifesto, mentre gira la manopola di un synth modulare producendo una nota distorta e fuori controllo.

Arianna Caserta