Cinque ragazzi del Sud, tra la Puglia e Napoli, hanno una grande ambizione: tradurre in musica i meravigliosi colori del Mediterraneo. Loro sono Claudio, Marco, Vincenzo, Gianluca e Stefano, ovvero i THINKABOUTIT, un collettivo di musicisti che si è ritirato per due settimane in una villa nella Valle d’Itria e si è messo al lavoro per registrare quello che si sarebbe rivelato come il disco mancante nel panorama musicale italiano. Marea – uscito il 28 febbraio per Totally Imported – raccoglie in sedici tracce le diverse influenze del collettivo, accomunate da un unico desiderio: raccontare il Mediterraneo, dare voce ai sogni dei suoi popoli e descrivere l’immaginario di cui hanno pieni il cuore e gli occhi. Li abbiamo intercettati poco dopo l’uscita di Marea per farci raccontare del processo che li ha portati lì, della loro terra, dei loro sogni e quel concerto al tramonto dei BADBADNOTGOOD che ha cambiato proprio tutto.

Marea si presenta come un album complesso e articolato. Com’è stato lavorarci?
Claudio: Dopo In secondo piano (2015) sono cambiate tantissime cose, in primis la lingua, perché il cantante ha dovuto lasciare il progetto, quindi ho assunto io il suo ruolo, oltre a quello di produrre, ma in inglese. Questo cambiamento ha stravolto l’intero approccio creativo del collettivo. Marea è stato l’esito di due anni e mezzo di sperimentazione, alla ricerca della strada adatta a noi, e per questo ci rispecchia davvero: è un azzardo nelle scelte di sonorità e di concept, perché non ci interessava adeguarci passivamente alle regole del mercato. L’abbiamo registrato tra gennaio e febbraio 2019 e poi è seguito un lungo lavoro di ascolto e messa a punto. È stato un processo macchinoso e naturalissimo allo stesso tempo.

Non dev’essere stato facile subentrare come cantante in un progetto già avviato…
Claudio: È successo tutto i modo naturale. Dopo la fine del tour di In secondo piano eravamo pronti a intraprendere un percorso musicale diverso. Avevo già cantato nel mio progetto solista Sup Nasa, ma qui è stato tutto diverso: testi stratificati ed effettistica della voce. Ricordo ancora quando ho mandato le prime pre-produzioni ed ero certo che me le avrebbero bocciate, invece da parte degli altri c’è stata subito fiducia: mi hanno lasciato carta bianca su tutto. Siccome il disco parla del Sud e del riavvicinamento alla propria terra e cultura, temi che riguardano tutti noi, è stata una scrittura corale.
Marco: Il motivo del mare e delle tradizioni mediterranee era comune a tutti e ha dettato le linee guida della composizione e della scelta delle collaborazioni. We Are All Doro è ispirato a una traversata dei migranti, una questione con cui ci confrontiamo tutti i giorni, e abbiamo voluto dare voce alle sonorità delle regioni da cui arrivano queste persone. Scegliere Leave This Place come traccia d’apertura è una dichiarazione d’intenti: la nostra è una terra in cui è difficile trovare le opportunità per realizzare i propri sogni, e il testo è come il grido di un cittadino nordafricano che si trova costretto a partire. È una una condizione condivisa da tutti i popoli del Mediterraneo, uniti dall’andamento della marea.

Marea è un lavoro fluido e intenso, vario al suo interno ma sempre coerente. Tra influenze post-rock, black music, modern jazz e rap, quali sono gli artisti che vi hanno spinti a fare musica?
Vincenzo: Negli ultimi anni ci siamo passati a vicenda un sacco di musica di generi diversissimi, uno si tutti Drunk di Thundercat. Ma ci sono stati degli episodi che ci hanno fatto capire quale direzione prendere: il concerto dei BADBADNOTGOOD al Locus Festival del 2017 ci ha davvero fatto aprire gli occhi; non erano solo cinque musicisti sopraffini, ma cinque ragazzi della nostra età che hanno sconvolto tremila persone con pochi ingredienti ma tantissima personalità. Quel concerto ci ha rivelato un’attitudine che non avevamo ancora scoperto, ma con cui abbiamo subito sentito una forte connessione.
Gianluca: Un altro disco che mi ha dato tantissimo a livello compositivo, sonoro e di approccio è Blackstar di David Bowie, con le sue atmosfere tetre. Seguiamo assiduamente i musicisti che vi hanno collaborato, in particolare Tim Lefebvre.
Marco: Per la produzione e l’idea del progetto anche dal vivo citerei 22, A milion di Bon Iver, che ha stravolto il mondo del pop. Il finale di He Can Do It è stata la prima reference a cui ho pensato, sia per l’effettistica, sia per il modo di cantare molto aperto. Al contempo tutti noi abbiamo fatto ricerca tra le sonorità mediterranee sparse qua e là nei dischi che ci hanno ispirato: la tarantella, Rosalía, Pia Salvia, musica tradizionale marocchina; sono quegli ascolti che ti rimangono dentro e che riemergono quando ti metti a scrivere.
Vincenzo: La world music ci ha sicuramente influenzati. Inoltre ho approfondito alcune colonne sonore di film italiani. Claudio Bigazzi in Mediterraneo (Salvatores, 1991) mi ha influenzato molto per i colori che trasmetteva. È incredibile pensare a quanti spunti abbiamo nel nostro Paese, prima ancora di quelli che arrivano dall’America o dal resto dell’Europa. I dischi di Pino Daniele sono ricchi di colori mediterranei, ma di influssi di black music. Il modo in cui il cantautore presentava i dischi dal vivo ci ha spinti a progettare fin da subito un album che rendesse l’idea di un collettivo che suona in una stanza, ma che riservasse molte sorprese dal vivo.

Quali sono i colori del Sud che avete voluto portare in primo piano nelle canzoni?
Stefano: Ultimamente la Puglia è molto in vista nel panorama italiano, ma è soltanto un aspetto di facciata: esiste una Puglia nascosta, e più in generale un Sud nascosto, fatta di paesaggi sconosciuti ai più che evocano ricordi ed esperienze di vita. Come la spiaggia dove ci troviamo le sere d’estate dopo il lavoro, o la casa in campagna del nonno di Vincenzo, o ancora il paesaggio urbano di Bari, ma anche di Napoli, che purtroppo stanno diventando piccole metropoli europee – parliamo di questo lato oscuro in We Never o Leave This Place.
Vincenzo: Ci sono periodi dell’anno in cui scattano determinate usanze e tornano nel nostro immaginario certi posti importanti. Ad esempio Torre a Mare, dove ci ritroviamo con tutti i ragazzi della nostra età a bere, fumare e chiacchierare al tramonto. È un luogo che evoca ricordi che fanno parte degli ultimi dieci anni della nostra vita. Lo stesso accade quando d’estate andiamo a sentire concerti e dj set nelle masserie di campagna. Tutti questi eventi sono profondamente legati al paesaggio in cui li viviamo, al tramonto, al mare, alle campagne e agli ulivi. Le nostre esperienze, la nostra terra e la nostra musica si uniscono in un unico scenario che ci influenza costantemente nel processo creativo. Marea è nato esattamente così.

In Parlesia (feat. Mario Nappi), parte del brano è cantato in inglese e parte in partenopeo. Come mai? E avete mai pensato a un disco intero in due lingue?
Claudio: Quel brano si accoppia al successivo: in Apollo è una persona che si rivolge alla terra, dicendole tutto ciò che significa per lui prima di andarsene; mentre in Parlesia è la terra a parlare alla persona. Dato che sono napoletano e la terra è Napoli, questo testo non poteva che essere scritto in partenopeo. Una scelta del tutto naturale. Non abbiamo mai pensato a un disco in doppia lingua per il semplice fatto che non ci è mai venuto in mente in modo naturale, non ne sentiamo l’esigenza.

Martina Amoruso

Siete un collettivo numeroso e l’album è ricco di collaborazioni: l’impressione è che siate una comunità di musicisti iperattivi.
Gianluca: Il nostro motto è: “Perché no?”. 16 tracce, 10 collaborazioni, tantissima gente che stimiamo a livello personale ancor prima che artistico. Ogni collaborazione è unica: c’è chi viene dal mainstream, chi dal jazz, chi dall’elettronica o dal rock. Il titolo Marea rimanda all’idea di abbracciare un’amalgama di elementi diversi tra di loro, portandoli a riva insieme. L’apice è il brano con un’orchestra di 15 elementi, registrato chiamandoli tutti in studio invece di utilizzare metodi virtuali.
Claudio: Tralasciandone un paio, non erano indispensabili tutti i featuring, avremmo anche potuto farne a meno. Il rischio però era quello di apparire autoreferenziali: cinque persone che se la cantano e se la suonano per 16 brani. Ci piaceva invece l’idea di abbracciare e farci abbracciare da altri gusti musicali. Il solo di chitarra di We Are All Doro è nato assolutamente per caso. Un giorno è venuto a trovarci un amico del fonico, ha preso la chitarra e ha iniziato a suonare; dopo una piccola jam, in un attimo stava registrando uno degli assoli più importanti dell’album!
Marco: La cosa assurda è che tutto questo è successo su una traccia che parla di aprire le porte, di condividere.

Questa dimensione collettiva emerge anche nel documentario Behind Marea, disponibile su YouTube. Cosa vi ha spinti a spiegare Marea?
Marco: Marea è stato registrato in una villa, dove abbiamo vissuto per due settimane insieme agli artisti esterni e ad alcuni amici che ci venivano a trovare. Vivendo a stretto contatto abbiamo imparato a conoscere dove finisce una persona e ne inizia un’altra. Per quanto ci si conosca, indossiamo sempre una maschera, ma non in quel contesto. Allora ci siamo detti: perché non riprendere questi momenti per fare capire com’è stato vivere quella dimensione collettiva e cos’è Marea?
Stefano: Consapevoli di fare un disco estremamente diverso nei contenuti, nei suoni e nell’attitudine, era difficile spiegarlo solo attraverso la musica.
Vincenzo: Spesso ti rassegni che certe cose si possano fare solo in America, invece basta crederci e capire come fare. A quel punto è importante anche essere onesti e sincero: quello ti fa essere credibile.

Stefano, nel documentario parli delle case immaginarie che questo disco vuole esplorare. Come sono?
Stefano: Alcune sono le nostre, dove abbiamo appeso quadri che ci evocano gli scenari della nostra terra, in mezzo agli ulivi e alle campagne, a dieci minuti dal mare. Ognuno poi ha una sua stanza preferita, arredata come preferisce. Altre rappresentano le diverse influenze esterne: è come se fossimo andati a trovare quegli artisti o loro noi. Sono principalmente quelle del post-rock inglese, dei Radiohead di A Moon Shaped Pool, ma anche la casa bianca, completamente vuota di Frank Ocean.

Nella speranza che la situazione si risolva presto, c’è qualche segreto che potete rivelarci sui vostri futuri live?
Claudio: Il release party di Marea era previsto per lo scorso 7 marzo, ma è stato annullato. È brutto fare spoiler, ma possiamo rivelare che Vincenzo non sarà alla batteria perché è stato chiamato da Ghemon, e sarà sostituito da Giuseppe, che ha già dato tanto al progetto e alla sua dimensione live. Nello show ci concentreremo solo sui brani che dal vivo possano dare qualcosa in più, alcuni riarrangiati completamente. Ci piace pensare ai nostri live come a un’ora di musica senza pause o cali di tensione; ci saranno anche delle visual concettuali legate ai significati dell’album. Sarà un live in cui si ballerà, ma in cui si starà anche in silenzio ad ascoltare. Non vediamo l’ora di uscire dal vivo, per davvero!

Riccardo Colombo