Voto

7

Ruth Zylberman decide di costruire un documentario sull’Olocausto che parta  non dall’assenza, e quindi dal ricordo di chi non ce l’ha fatta, bensì dalla presenza, ricostruendo il passato della palazzina in Rue Saint-Maur 209 e dei bambini che all’epoca vi abitavano.  Le loro sono storie che si diramano tra Parigi, Stati Uniti, Israele e Australia e donne scappati e mai più tornati, né in Francia, né in quella via. 

Ciò che rende davvero toccante questo documentario è il modo in cui la regista decide di approcciarsi agli intervistati: non solo affidandosi  a registri scolastici, liste di deportazione,  foto d’archivio  e altri  reperti storici, ma chiedendo direttamente a ognuno di loro di ricreare l’appartamento in cui vivevano, servendosi di piccoli mobili per le bambole. Il racconto, così, prescinde dalla mera documentazione e si espande fino a toccare i loro ricordi più  intimi: i balli della strada, i giochi nel cortile, le amicizie costruite. 

L’indagine ricostruisce mattone per mattone, appartamento per appartamento, ciò che accadde in quei giorni terribili e ancora risuona negli echi di quelle mura. L’occhio della macchina da presa non assalta i suoi soggetti e piuttosto indugia sulle mani, sugli occhi, sul palazzo oggi rinnovato, come a voler entrare in punta di piedi nei ricordi di chi si è visto estirpare le proprie radici e, forse, con la speranza di potergliele restituire.

Caterina Prestifilippo