Voto

8

Ciak, 2005. Sorretto dai fili di un’imbracatura sul set di un film d’azione, un attore sulla ventina viene riportato nella posizione di partenza per girare da capo la scena di un’esplosione. Altro ciak, altro set: lo stesso attore, dieci anni prima, si ripulisce dai resti di crema di una torta che gli è stata scaraventata in faccia. Una doppia situazione simulata e tanti micro traumi celati dietro la patina di un’innocua finzione compongono l’incipit delicatamente struggente di Honey Boy di Alma Ha’rel. Il protagonista è Otis Lort, un attore bambino, una star di Hollywood, una marionetta nelle mani dei registi e una gallina dalle uova d’oro per un padre violento e psicologicamente abusivo. Il protagonista è l’immagine riflessa di Shia Labeouf, che ha scritto la sceneggiatura del film durante i mesi passati in rehab nel 2017 per fare i conti con un passato squarciato da abusi e violenze.

La scrittura come atto terapeutico, la recitazione come cura, il cinema come catarsi. Con una doppia linea narrativa che viaggia tra passato e presente, sui binari dei luoghi malinconici che gravitano intorno a Hollywood – dal motel a ore al centro per la riabilitazione – LaBeouf proietta se stesso in due personaggi. Nel bambino (Noah Jupe), nascente star di Disney Channel negli anni Novanta, e nel quasi adulto (Lucas Hedges), che fa i conti con dipendenze e robot mutanti. Nel frattempo, l’attore veste i panni della sua nemesi Jeffrey Lort, alter ego di suo padre, ex clown da rodeo che scarica sul figlio le frustrazioni di una vita sprecata attaccato a una bottiglia e a una pipetta. In questo senso, come ammette lo stesso LaBeouf, il film è un esorcismo, un passaggio necessario per sconfiggere i propri demoni, ed è anche un rito di decostruzione della dinamica recitativa, che ne svela la doppia natura di rifugio dalle imperfezioni del reale e di meccanismo schizofrenico. Honey Boy è anche una riflessione sul corpo dell’attore star, sul suo essere fantoccio elastico, performance vivente in funzione dello sguardo e delle pulsioni altrui.

Honey Boy è, infine, lo straordinario debutto nel cinema narrativo di Alma Har’el, fin qui video artista e documentarista. Come nel precedente Bombay Beach (2011), la regista mette in scena una narrazione che si inoltra nelle viscere di figure ai margini della società. Attraverso il filtro di un onirismo poetico che lascia intravedere il lato amaro sotto il velo edulcorato dell’apparenza, emerge così una narrazione volta a scardinare i malsani meccanismi della mascolinità tossica scambiata per canonica, e ancora preponderante in troppe storie.

Angela Santomassimo