Voto

5

Hole – L’abisso (scritto da Stephen Shields e Lee Cronin e diretto da quest’ultimo) è un film costruito attorno al rapporto madre/figlio, cliché tipico del genere horror sfruttato con intelligenze in pellicole anche recenti come Babadook (Jennifer Kent, 2014). Cronin segue il percorso in bilico tra allucinazioni e realtà affrontato dalla protagonista Sarah, fuggita insieme al piccolo Chris per allontanarsi dalle violenze dell’ex-compagno. Ma qualcosa sta cambiando in Chris, piccole anomalie comportamentali che solo una madre potrebbe notare: questo è il punto di vista adottato dalla regia, che trasmette in modo vivido la condizione di Sarah, di una madre che piano piano non riconosce più il proprio figlio tramite segnali quasi impercettibili. Questa paura latente divora Sarah, terrorizzata di perdere Chris perché non è stata in grado di essere abbastanza per lui come genitore. Sono proprio la sua forza e il suo coraggio a spingerla verso la ricerca della verità, nel tentativo di salvare il suo bambino a ogni costo.

A legare l’intero film concettualmente è il campo semantico a cui rimanda il buco, non solo per l’effettivo sinkhole in mezzo alla foresta – che rimane marginale per quasi l’intera durata della pellicola -, ma anche per i numerosi riferimenti visivi e narrativi che la messa in scena esalta: la presenza costante di gorghi, buchi, scarichi e pupille è indice di una ricerca costante di riferimenti ai concetti della voragine, del sottosuolo e dell’ignoto. Le interpretazioni metaforiche del buco spaziano dallo sprofondamento nella paranoia, come nel caso di Sarah, all’angoscia che deriva dall’impossibilità di conoscere gli spazi ignoti dell’intimità degli altri e di noi stessi. La potenza del film sta proprio nella capacità di generare metafore, domande, teorie e inquietudini intorno all’elemento horror-naturalistico-psicologico, evocato attraverso una fotografia fredda e una regia contraddistinta da campi lunghi e lunghissimi sulle foreste silenziose del nord Europa.

L’efficacia dei richiami visivi e della premessa drammaturgica crolla però drammaticamente durante lo svolgimento. L’angoscia trasmessa allo spettatore, turbato più dall’atmosfera thriller senza jump scare che dalle dinamiche prettamente horror, svanisce sotto la forzata compressione del film verso una risoluzione (parzialmente) positiva ma narrativamente povera. Anche il forte richiamo del sinkhole, materia irrazionale che faceva sperare in uno sviluppo suggestivo, viene ridotto a un banale stereotipo che condanna il film ad aggiungersi all’elenco sterminato di film horror mediocri.

Pietro Bonanomi