Voto

6.5

A un anno dalla sua prima proiezione al Festival di Venezia, arriva nelle sale Heart of a Dog (2015), il film sperimentale dell’eclettica Laurie Anderson che, dopo aver diretto il film concerto Home of the Brave (1986), torna alla regia con un’opera unica e profondamente vitalizzata dai mondi della performance, della musica e della scrittura in cui l’artista da anni opera.

Le immagini – quanto mai variegate tra schizzi a matita, video di sorveglianza, figure animate e filmati amatoriali dell’artista da bambina – indagano il “rilascio dell’amore”, così lo definisce la Anderson, cioè la fase transitiva che necessariamente segue alla perdita di qualcuno e in cui risplende la vera connessione tra amore e morte. È in una simile processualità che risiede il cuore pulsante del racconto: solo alla luce del release of love la morte di Lolabelle – il rat terrier dell’artista – si lega a quella della madre, dell’amico Gordon Matta-Clark e, soprattutto, del marito Lou Reed, la cui presenza assente adombra ogni sequenza.

Ancora, Heart of a Dog è una riflessone sulla memoria e sulla possibilità di trattenere parte di quella storia dell’uomo e dell’umanità destinata al dissolvimento. Ecco dunque che il lirismo del dolore individuale abbraccia la tragedia collettiva dell’11 settembre, e uno sguardo insieme confortato e allarmato sorvola i quartier generali della Guardia Nazionale nello Utah, il più grande centro di raccolta dati del mondo.

Giorgia Maestri