Voto

8

A due anni di distanza dall’omonimo esordio, Harry Styles torna con un disco che è l’interpretazione contemporanea del soft rock anni ’70 di matrice anglo-americana, ispirato da interpreti come Carole King e Harry Nilsson.

I dodici brani del disco si snodano tra ambiguità e solitudine: l’album inizia con Golden, per poi lasciare spazio ai singoli Watermelon Sugar – un piacevole mix di folk e funk d’autore –, Adore You e Lights Up, primo singolo promozionale a metà tra il sound di Prince e quello dei Fleetwood Mac. Falling, ballata piano-voce, è una riflessione introspettiva sulle conseguenze del successo e sulla presa di coscienza di essere diventato proprio la persona che mai sarebbe voluto diventare. To Be So Lonely è un’agrodolce ammissione delle sue cattive abitudini (“And I’m just an arrogant son of a bitch/Who can’t admit when he’s sorry”), ma anche una presa di coscienza del suo stato depressivo (“Don’t call me ‘baby’ again, it’s hard for me to go home/Be so lonely”).

È nella parte finale del disco, però, che Styles da il meglio di sé: She, quasi sette minuti di trip psichedelico con un finale tutto strumentale, idealizza la donna dei suoi sogni, combattendo con la confusione provocata da qualche allucinogeno di troppo, mentre Treat People With Kindness mette in mostra le sue doti da frontman grazie ai cori delle Lucius (coriste di Roger Waters) e a una base strumentale che ricorda il Paul Simon di Graceland e il Paul McCartney di Ram.

Dopo un ottimo esordio da solista, Fine Line arricchisce un sound sempre più personale e fatto di scelte artistiche raffinate, tanto contemporanee quanto vintage.

Christopher Lobraico