Voto

7

Basato su una rigorosa ricerca d’archivio e testimonianze dirette, Hammamet non vuole essere né un biopic fedele né una critica militante sulla figura di Bettino Craxi, ma il ritratto di un uomo e dei suoi comportamenti, stati d’animo e impulsi. Quella raccontata da Gianni Amelio è la storia patetica di un re che ha perso il proprio potere e deve fare i conti con la giustizia, ma anche con il tramonto della propria vita.

Craxi viene rappresentato come un leader di un’altra generazione rispetto alla classe politica attuale, con una certa caratura negli equilibri politici del Paese e una solida preparazione culturale, ma non ci sono sconti per lui: il Craxi di Amelio è un uomo che dice sempre la sua con arrogante convinzione, con quella sfacciataggine e fermezza che l’hanno sempre contraddistinto. Quasi tutte le sue prese di posizione sono restituite con un 4:3 intimo, che lo rivela nella sua piccolezza, come un uomo esiliato dalle persone, tormentato dal diabete, dal tumore e dai sensi di colpa. Uno sguardo tuttavia mai assolutorio, interessato a ragionare sulla caducità del potere e la complessità della vita umana. Nonostante Gianni Amelio abbia dichiarato più volte di non avere alcun intento politico, è inevitabile che questo quadro umano sfoci in una riflessione sulla fine della Prima Repubblica e le sue conseguenze: intere generazioni cresceranno scontrandosi col divario tra politica reale e valori tradizionali, ritrovandosi in una società dove i Presidenti del Consiglio possono rubare milioni di euro e farla franca e recitare barzellette di dubbio umorismo sulle emittenti nazionali.

Tra loro c’è anche la figlia, Anita nel film, che si appella allo smisurato amore che il padre prova per lei per aiutarlo a combattere contro sé stesso e il fato, destrutturando una figura genitoriale che reagisce con sentimenti tra la cura quotidiana e lo scontro verbale e fisico. La recitazione dei comprimari, già posti in sudditanza compositiva rispetto al protagonista, non gli permette però di brillare, risultando piatte figure di contorno. A spiccare su tutti è Pierfrancesco Favino nei panni di Craxi, grazie anche al lavoro di prosthetic make‐up – non sempre impeccabile – e soprattutto alla tonalità della voce, alla gestualità, all’uso delle pause e alla capacità di restituire quell’ironia sottile di chi ha uno sguardo carico di rimpianti e della consapevolezza che fine si avvicina.

Hammamet è un quadro “altro” su Craxi, un’opera a cavallo tra biopic e simbolismo che sa fare riflettere e persino commuovere.

Pietro Bonanomi