Voto

7

Se la notizia di poche ore fa della condanna a 23 anni di carcere per violenza sessuale di Harvey Weinstein può farci tirare un sospiro di sollievo, la strada per sentirsi veramente liber* di denunciare gli abusi è ancora molto lunga e può rivelarsi più o meno tortuosa a seconda delle norme legislative e della cultura del Paese in cui ci si trova. In India, ad esempio – in uno dei sistemi culturali in cui il patriarcato affonda radici profonde –, il #MeToo ha fatto la propria comparsa nell’ottobre 2018 nel quadro dello star system bollywoodiano, per poi penetrare nel mondo dei media e della politica. Ma se negli Stati Uniti il Primo Emendamento protegge la libertà di espressione del singolo, in India le donne che denunciano abusi e non riescono a fornire prove tangibili della violenza (quindi nella stragrande maggioranza dei casi) possono essere accusate di diffamazione criminale e rischiare fino a due anni di carcere. Basta un Tweet per finire in prigione.

Con Guilty – produzione originale Netflix India –, la regista Ruchi Narain sceglie di indagare proprio uno di questi casi: la denuncia via Twitter di una studentessa di un prestigioso college che accusa di stupro un compagno nella benpensante e anglofona Nuova Delhi. Ma cosa succede quando l’accusato è il popolare e privilegiato VJ, notoriamente innamorato della fidanzata Nanki, e l’accusatrice Tanu è nota fra i compagni di corso per gli abiti succinti, l’atteggiamento provocatorio e la costante e disperata ricerca di attenzioni? Naturalmente, succede che nessuno crede a Tanu e perfino Nanki, presentata al pubblico come brillante femminista, non esita a difendere VJ, stigmatizzando l’atteggiamento di Tanu e il suo aspetto (slut-shaming).

La ricerca della verità da parte di Nanki e la progressiva messa in crisi delle sue certezze si sviluppano con qualche difficoltà diegetica – linee narrative avviate e poi abbandonate, affastellarsi di personaggi poco definiti, finale a dir poco tirato –, ma il punto di vista di Nanki e per estensione quello delle sue autrici Narain e Kanika Dhillon risultano estremamente incisivi. Nonostante la strumentalizzazione mediatica del caso e il tentativo della ricca famiglia di VJ di insabbiare l’accaduto – e a prescindere dal fatto che lo stupro sia avvenuto o meno –, è la prospettiva di Nanki a dominare lo schermo, ed è tanto reale, potente ed efficace che è facile riconoscersi in lei. Non solo il fastidio che proviamo nel camminare per strada sentendoci costantemente sguardi addosso e la paura di imbatterci in situazioni spiacevoli, ma anche e soprattutto la rabbia e la frustrazione all’ennesima occhiata di un passante, all’essere urtate “per sbaglio” dall’uomo che ci passa accanto o che sta in piedi di fronte a noi in metropolitana.

Ma soprattutto relazionarsi a un uomo – per Nanki è Danish, il giovane avvocato che sta raccogliendo il materiale per istruire il caso – con la costante angoscia di capire se le sue intenzioni siano maliziose o meno (ripensando alle parole dette, ai gesti compiuti per cercare segnali e messaggi nascosti), sentendoci spesso persino noi quelle maliziose o paranoiche nel voler vedere ombre dove magari non ce ne sono; perché alla fine quello che ci sentiamo dire da sempre è “keep quiet”, non fare rumore, perché lui è più grosso di te, è più forte di te, è più potente di te. Guilty invece fa parlare le sue protagoniste: una su Twitter e l’altra con un microfono su un palcoscenico di fronte a tutta la scuola, Tanu e Nanki dicono la verità, e soprattutto costringono gli altri ad ascoltare. Proprio per il potere empatico della messa in scena e per questo impulso all’azione e alla parola, è un film che vale proprio la pena di vedere.

Giorgia Maestri