Beyoncé è una delle icone pop più importanti degli anni 2000. Dagli esordi con le Destiny’s Child alla consacrazione come solista, la sua carriera è costellata da successi e da una forte componente sociale che, negli anni, l’ha vista in prima linea nella battaglia per i diritti della comunità afro-americana e non solo. Cinque album con lo storico gruppo formato insieme a Kelly Rowland e Michelle Williams, sei da solista, uno in collaborazione con il marito Jay-Z e una colonna sonora ispirata da The Lion King la rendono la donna più premiata della storia dei Grammy Awards e tra gli artisti di maggior successo nella storia della musica pop. Ecco una guida per conoscere meglio una parte della sua storia, quella che ha caratterizzato la sua carriera solista.

Dangerously in Love (2003)

22 giugno 2003. Le Destiny’s Child si sono da poco prese una pausa e Beyoncé Knowles si sta preparando a debuttare con il suo primo album da solista, un superbo connubio tra dancehall e R&B. Un fortunato mix che porterà l’ex Destiny’s Child In vetta alla Billboard 200, oltre che a vincere cinque Grammy Awards. L’album si apre con quella che diventerà – probabilmente – la hit più conosciuta dell’artista: Crazy In Love, una vera e propria “mina” esplosa tra le mani di qualsiasi DJ radiofonico in una della estati più calde dell’ultimo ventennio. Tra le righe, Beyoncé allude a chi nutre dubbi sul suo rapporto con Jay-Z (“When I talk to my friends so quietly/“Who he think he is?”/Look at what you did to me”), che sposerà cinque anni dopo e che collabora alla traccia impreziosendola con il suo inconfondibile flow. La lista degli ospiti d’onore in grado di arricchire il repertorio dalla cantante texana è estremamente vario: dal già citato Jay-Z a Missy Elliot, da Big Boi fino a Sean Paul che mette la firma sul secondo ed enorme successo dell’album, Baby Boy. Ascoltando le quattordici tracce l’impressione è che Beyoncé sia estremamente coinvolta – artisticamente ed emotivamente – in questo nuovo inizio da solista, un coinvolgimento che dona alla tracklist una coesione eccezionale e inedita per un progetto rivolto principalmente al grande pubblico. Anche per questo, probabilmente, Naughty Girl, Me, Myself and I, Baby Boy e Crazy In Love sono i quattro singoli promozionali scelti: quattro tracce che flirtano senza timore con le tendenze musicali dell’epoca, contribuendo a rendere Dangerously In Love uno dei debutti più riusciti degli ultimi vent’anni. Un successo che porterà le Destiny’s Child a sciogliersi definitivamente tre anni più tardi, in concomitanza con la seconda uscita discografica di Beyoncé.

B’Day (2006)

B’Day è uno dei progetti più solidi e – forse – sottovalutati della discografia di Beyoncé. Nonostante il primo posto nella Billboard 200, le tredici tracce dell’album non sembrano rivolte ossessivamente all’heavy rotation radiofonica. Le uniche collaborazioni del disco (nella versione standard) vedono protagonista Jay-Z in Déjà Vu e Upgrade U, scelta coraggiosa in un periodo storico in cui i featuring iniziavano a essere la colonna portante di un’industria che, qualche anno dopo, logoreranno. L’anima di B’Day è squisitamente R&B e, forse, meno contaminata dagli altri generi rispetto al debutto da solista, Ring the Alarm prodotta da Swizz Beatz – è uno degli esempi più rappresentativi: hip-hop e R&B che, pur trovando punti d’incontro dovuti con i brani del primo album, si discostano dal tono catchy e radio friendly di Dangerously In Love. Déjà Vu, rispetto all’esplosività di Crazy In Love, preserva un groove 90s – più contemporaneo – che ha reso grandi i successi di Mary J. Blige e Lil’ Kim nella decade precedente. Irreplaceable e Beautiful Liar rappresentano, invece, il picco qualitativo del disco: R&B e sonorità pop che trovano la massima consacrazione in un LP in grado di ridare linfa vitale a un genere musicale sofferente.

I Am… Sasha Fierce (2008)

Nonostante si tratti della consacrazione di Beyoncé come icona pop globale, I Am… Sasha Fierce è anche l’album meno coeso della sua discografia. Le straordinarie doti vocali di Queen B vengono messe sul piedistallo a discapito di una produzione poco ispirata e fin troppo ordinaria (un esempio: Ave Maria). Non mancano gli episodi che riportano alla memoria i due precedenti album: Single Ladies (Put a Ring on It), Diva e Video Phone fanno infatti da contraltare ad Halo, If I Were a Boy e Broken-Hearted Girl, rendendo l’ascolto del doppio album vario al punto giusto e rispettoso delle due fasi – una più ritmata, l’altra più riflessiva – del progetto. Dieci nomination ai Grammy Awards del 2010, di cui una per l’album dell’anno, contribuirono a rendere I Am… Sasha Fierce uno dei progetti cardine nella discografia di Beyoncé. Un primo passo verso una metamorfosi stilistica ancora lontana.

4 (2011)

4 traccia una linea nella sabbia tra quello che è stato e quello che sarà nella carriera di Beyoncé: il primo album della sua discografia in cui non è presente il coinvolgimento del padre Mathew Knowles è anche il disco in cui implementa generi dissimili tra loro ma in parte complementari, come il rock and roll, il soul, l’R&B anni ’90 e l’hip-hop. Molto più “a fuoco” rispetto a I Am… Sasha Fierce – soprattutto grazie a un numero ridotto di brani nella tracklist –, il disco è un mix di ballad (Best Thing I Never Had) e brani uptempo dal retrogusto ’70s e ‘80s come Love On Top. Il primo singolo promozionale, Run the World (Girls), è anche il miglior episodio dell’album: un glorioso sottofondo afrobeat, dance e pop per uno dei singoli più rappresentativi quando si parla di empowerment femminile nell’ultima decade.

Beyoncé (2013)

Il 13 dicembre del 2013 Beyoncé rilascia l’album che la proietterà una volta per tutte nell’olimpo dei più grandi artisti degli ultimi vent’anni. Jay-Z, Drake, Frank Ocean e Chimamanda Ngozi Adichie sono gli unici – veri e propri – feat. di un album che vede lavorare spalla a spalla giganti come Pharrell Williams, Timbaland e The Dream in fase di produzione. L’R&B intriso di elettronica e soul che caratterizza l’intero ascolto diventerà una delle basi su cui si troveranno a sperimentare qualche anno dopo FKA Twigs, Blood Orange e tanti altri. Tra alcune delle performance vocali migliori della sua carriera l’ascolto scorre da un classico all’altro: Drunk In Love (già entrata nella leggenda l’esibizione ai Grammy del 2014), Partition, Jealous e XO sono solo alcuni dei brani che entreranno di diritto nelle scalette dei futuri concerti dell’artista, diventando dei veri e propri standard dell’R&B contemporaneo. Un album che ha riscritto non solo le regole di un genere, ma che ha stravolto il concetto tradizionale di marketing a causa della totale assenza di una campagna promozionale che anticipasse l’uscita del disco.

Lemonade (2016)

Dopo lo spettacolare halftime show della cinquantesima edizione del Super Bowl insieme ai Coldplay e Bruno Mars, Beyoncé annunciò un tour mondiale e qualche giorno più tardi l’uscita del suo sesto album in studio, probabilmente la vetta artistica più alta mai raggiunta dalla cantante texana. Lemonade è l’album (o meglio, visual album) più eclettico della discografia di Beyoncé: dall’R&B contemporaneo del precedente album omonimo che ritorna in Formation e Pray You Catch Me, alle influenze country di Daddy Lesson; dal garage rock di Don’t Hurt Yourself (insieme a Jack White) al tono reggae di Hold Up. Beyoncé è una donna ferita, e non ha timore di dimostrarlo attraverso le dodici tracce dell’album. Attraverso rabbia, accettazione e, infine, il perdono per il tradimento subito da Jay-Z, Queen B realizza la sua opera più introspettiva, condividendo con l’ascoltatore un lato intimo del suo percorso artistico e della sua vita privata. Lemonade può è essere definito un manifesto per la black music della scorsa decade anche grazie a Freedom, collaborazione con Kendrick Lamar diventata uno degli inni per il movimento BLM.

Christopher Lobraico