Elizabeth Woolridge Grant, in arte Lana Del Rey, è tra gli artisti più influenti della scorsa decade. E no, questo non è stato evidente fin dal suo esordio. Il primo Lana Del Ray (2010), nonostante abbia la qualità necessaria per fare impallidire tutt’oggi la schiera di artisti che da lei scopiazza sia l’estetica che il songwriting, non è una vera e propria “creatura” di Lana Del Rey. Il glamour, le citazioni hollywoodiane, le scorrazzate da crooner su basi hip-hop e il paragone con le più grandi autrici americane sono ancora lontani. Attraverso i suoi sei album – il prossimo anno sette, in attesa di Chemtrails Over the Country Club – riscopriamo un America che all’apparenza potrà sembrare conservatrice e démodé, ma che in realtà è il cuore pulsante delle tendenze alternative e pop di questi anni.

Born To Die: The Paradise Edition (2012)

Eccolo, il vero esordio di Lana Del Rey. Born To Die è uno di quegli album che, come per tanti artisti, rappresenta un vero e proprio punto di partenza dopo un primo assestamento. Le aspettative nei confronti della cantautrice erano cresciute a dismisura nel corso dei mesi, dopo che l’EP omonimo in cui faceva capolino quella che ad oggi è tra le sue canzoni più iconiche – Video Games la consacrò come la nuova regina dell’alternative pop a stelle e strisce. Le critiche furono tiepide, probabilmente proprio a causa delle stesse aspettative che l’avevano proiettata così in alto. L’album però diventò un piccolo classico degli anni ’10 proprio grazie ai singoli promozionali azzeccati, uno dopo l’altro, dati in pasto alle stazioni radiofoniche: Video Games, la titletrack, Blue Jeans e Summertime Sadness sono ancora oggi i cavalli di battaglia di Del Rey durante i live e tra i suoi brani più conosciuti. Perché ascoltare la Paradise Edition a discapito della prima versione di Born To Die? Perché le tracce aggiunte – tra cui Ride, Cola e Blue Velvet – completano in modo definitivo l’immaginario fatto di citazioni alla pop culture creato ad hoc per questo (secondo) esordio. Un punto di partenza incredibilmente catchy per tutti i neofiti della sua discografia.

Ultraviolence (2014)

Tra il 2011 e il 2012, Durante il Born To Die Tour, Lana Del Rey iniziò ad essere divorata dalle insicurezze dovute alle critiche. Secondo i suoi detrattori, infatti, la sua voce era eccessivamente monocorde, a tal punto da rendere ogni suo concerto un loop di pezzi melensi senza verve. Complice anche un’infelice performance al SNL, decise di prendersi qualche mese per affrontare le problematiche legate all’ansia da palcoscenico. Tornò in tour nel 2013 con il Paradise Tour, che prevedeva anche due date italiane sold out a Roma e Milano, e il risultato fu eccellente: l’artista sembrava aver ritrovato la sicurezza nei propri mezzi necessaria per poter sostenere un tour mondiale. Ultraviolence nacque proprio nel 2013, quando attorno alle prossime mosse della cantautrice iniziava a formarsi una nebbiolina ambigua, la stessa nebbia che impedisce a molti artisti di ripetersi dopo un esordio eccellente. Ultraviolence fu la scelta migliore per la carriera di Lana Del Rey: un album privo di hit e passato in sordina da un punto di vista commerciale, che però dimostrava finalmente quanto le tematiche trattate nei suoi pezzi non facessero parte di un piano patinato studiato a tavolino, ma fossero estremamente intime e personali. La produzione venne affidata a Dan Auerbach dei Black Keys, un artista che conosce il blues, il soul e il folk come le sue tasche, e il risultato fu sorprendentemente solido: brani come Shades of Cool, Brooklyn Baby, e West Coast suonano analogici e genuini, risultando dei solidi esempi di cantautorato moderno. Con Ultraviolence Lana Del Rey iniziò ad addentrarsi in quell’ottica autoriale che la porterà, qualche anno più tardi, a scrivere il suo capolavoro assoluto. Ma è ancora presto.

Honeymoon (2015)

Ultraviolence venne finito a marzo del 2014. Nel giugno dello stesso anno Lana Del Rey stava già lavorando al suo successore, e per l’occasione decise di trovare un buon compromesso tra le sonorità pop di Born To Die e la solidità del songwriting di Ultraviolence. Nacque così Honeymoon, il suo quarto album in studio. Il singolo promozionale High By The Beach è l’esempio ideale della volontà di riprendere in considerazione l’idea di costruire un pezzo su una base quasi hip-hop, ma con un cantato leggermente più dinamico rispetto a quanto fatto in Born To Die. Le influenze principali durante la sua realizzazione furono Quattro quartetti di T. S. Eliott – citato in Burnt Norton (Interlude) – e Nina Simone. L’ultima traccia del disco è, infatti, una cover di Don’t Let Me Be Misunderstood. Anche Honeymoon, nonostante sia un album coerente e lontano dalle logiche commerciali che prevedono un’enorme quantità di singoli promozionali, passò relativamente in sordina. Fu però un’eccezionale “palestra” sotto il punto di vista del songwriting, proprio come Ultraviolence. Un album per i fan legati al lato meno contemporaneo dell’artista, più vicino alle sonorità di Beach House e Best Coast.

Lust For Life (2017)

I risultati commerciali ottenuti con Ultraviolence e Honeymoon non furono entusiasmanti, e Lana Del Rey lo sapeva. Anche per questo, probabilmente, Lust For Life sembra un ritorno al passato, a quel Born To Die che aveva reso il suo sound così iconico. The Weeknd, A$ap Rocky, Stevie Nicks e Sean Ono Lennon fanno parte della schiera di artisti con cui la cantautrice americana collaborerà nel suo quinto album in studio, e ognuno di loro porterà una ventata d’aria fresca necessaria per la realizzazione di Lust For Life. La titletrack feat. The Weeknd – è un sodalizio artistico “tragicamente” riuscito: le voci degli artisti si intrecciano e si accavallano in una ballad squisitamente hollywoodiana e melodrammatica, quasi parodistica. In Beautiful People Beautiful Problems con Stevie Nicks è l’individualità stessa di chi vive nello star system che viene messa in discussione (“We get so tired and we complain, ‘bout how it’s hard to live, it’s more than just a video game/But we’re just beautiful people with beautiful problems, yeah/Beautiful problems, God knows we’ve got them”). Anche grazie all’apporto di Nicks, si tratta probabilmente del miglior brano del disco. Con Lust for Life ritorna l’America artefatta e decadente di Born to Die, sedici pezzi – la maggior parte vere e proprie ballad – che suonano come una versione più matura del suo secondo album.

Norman Fucking Rockwell! (2019)

La vera punta di diamante della sua discografia arriva a quasi dieci anni dall’esordio. Norman Fucking Rockwell! È prodotto da una folta schiera di produttori che vede in prima linea Andrew Watt (recentemente reduce dai successi di Post Malone e Ozzy Osbourne) e il Re Mida dei producer dell’ultima decade: Jack Antonoff. La mente dietro ai successi di St. Vincent, Lorde, Taylor Swift, Kevin Abstract e a capo del progetto Bleachers, oltre che membro dei Fun. Perché il sesto album in studio della cantautrice newyorchese è, ad oggi, l’apice della sua carriera? Semplice: un songwriting maturo e ispirato più che mai, brani arrangiati e composti in modo certosino e – finalmente – la sensazione che ognuno dei quattordici brani dell’album giustifichi una dimensione stilistica diversa dai precedenti lavori, più vicina ai grandi autori del passato come Joni Mitchell e Joan Baez rispetto all’immagine da Diva decadente hollywoodiana che ha fatto la fortuna di Born to Die e – in parte – Honeymoon. Norman Fucking Rockwell! Porterà Lana Del Rey ad essere nominata per la prima volta nella categoria “Album dell’anno” alla sessantaduesima edizione dei Grammy Awards. Premio neanche sfiorato a causa del successo virtuoso di Billie Eilish, ma poco importa. Oltre ad essere l’opera più completa della discografia dell’artista, l’album è una pietra miliare contemporanea consigliata non solo dai suoi fan, ma a chiunque voglia ricredersi sullo stato di salute della canzone d’autore.

Christopher Lobraico