Voto

8

“Cinema di strada, sono il proiettore” rimava nel 2007 Guè Pequeno. Erano ancora gli anni dei Club Dogo, di Vile Denaro. Tredici anni dopo il rapper taglia il traguardo del settimo disco di una carriera solista longeva e produttiva (sette erano stati anche i dischi insieme a Jake La Furia e Don Joe) con un progetto che fa risuonare anche a queste latitudini artistiche le stesse atmosfere rap che agli albori dei Duemila hanno indirizzato il mercato discografico americano lasciando un’impronta potente alle nuove generazioni.

Mr. Fini è un album che solo Guè Pequeno, e un paio di colleghi in Italia, poteva permettersi di creare: il titolo è il biglietto per un kolossal in cui i campi, i piani e le inquadrature cambiano seguendo il flow dettato dal Pequeno, che così concretizza la teoria dello street cinema. Da Spike Lee (25 ore) a Brian De Palma (Chico, con Rose Villain e Luchè), Guè si diverte con citazioni cinematografiche e beat assolati, creando degli istant classic ben lontani dalle hit radiofoniche con la data di scadenza.

In brani come Cyborg e Medellin scorre il giusto livello di eloquenza e sfrontatezza che richiama i fasti di Gentleman, mentre nella coda del disco, e dopo un’ora abbondante di ascolto, emerge il retaggio di Vero, l’album che ha consacrato Pequeno a Padrino del rap italiano. Stanza 106 e Ti ricordi? aprono all’ascoltatore una finestra sulle parti più oscure di Guè Pequeno: il tempo che scorre come l’unica cosa che non si può comprare, il successo che è anche persecuzione e il rapporto tormentato con il padre. In chiusura, i titoli di coda, che lasciano la sensazione di aver assistito a qualcosa di speciale.

Matteo Squillace