Voto

7

Se fosse un volume letterario, sarebbe una raccolta di racconti brevi. Se fosse la scena di una serie TV, sarebbe il ballo del liceo con la rock band di studenti che suona in palestra. Il tredicesimo album dei Green Day è rapido e giovane (si potrebbe azzardare adolescenziale), come vuole una delle frasi simbolo del punk, “Too fast to live, too young to die”, scolpita, più ancora che stampata, su una collezione di magliette firmata, alle origini, dalla madrina del genere: Vivienne Westwood.

Quelli di Father Of All… sono i Green Day. Ma non sono i Green Day dell’album-icona American Idiot. Dimenticate i nove minuti e passa di Jesus Of Suburbia, o i quasi cinque di Wake Me Up When September Ends. Dimenticate le ballad introspettive alla Boulevard Of Broken Dreams. Con Father Of All si viaggia su un altro binario: dieci pezzi, meno di tre minuti l’uno, per ventisei minuti totali, tutti da ballare.

Father Of All… è un disco non solo ristretto nella durata, ma anche stringato nella struttura dei testi: quasi tutti i brani si reggono su una manciata di versi, distribuiti in due strofe e un ritornello, con le variazioni ridotte al minimo.

“Fast” nella forma, dunque, e davvero molto “young” nel contenuto. Dai consigli inascoltati della mamma, alla fascinazione per le droghe, alle ragazze da incontrare su un tetto durante un party, l’LP contiene tutti gli ingredienti della ricetta dell’adolescente americano, in alcuni pezzi dichiarati fin dal titolo (I Was A Teenage Teenager, Sugar Youth).

La brevità e la leggerezza non hanno però impedito al gruppo americano di sfoggiare un po’ di esperienza acquisita durante la propria carriera, ormai trentennale. Nelle dieci tracce emerge la capacità di frequentare diversi generi e inglobarli nel proprio stile, come accade con gli inserti di rock and roll anni ’50/’60 di Stab You In The Heart, o con le sonorità indie e brit-pop che fanno capolino in più di un pezzo.

Father Of All… è un concentrato di divertimento che riconferma un messaggio millenario: nella botte piccola c’è il vino buono.

Mariachiara Silleni