Voto

7

Esce il 5 febbraio per la Fat Possum Record Human Ceremony, il disco d’esordio dei Sunflower Bean registrato in una sola settimana dopo tre anni concerti.

Immaginare il trio sul palco durante i live (nonostante la mancanza di un quarto membro) non può che rimandare immediatamente ai Sonic Youth: Julia Cumming, basso e voce dei Sunflower Bean, potrebbe essere senza fatica paragonata alla carismatica Kim Gordon. Ma i riferimenti non si fermano al piano visivo; la voce cupa e scura di Nick Kivlen (cantante e chitarrista) si alterna incastrandosi a quella più dolce e angelica di Julia, nel mentre le chitarre aspre e incisive unite alla batteria di Jacob Faber riportano l’ascoltatore al mondo del grunge e dell’alternative rock americano.

Nonostante i riferimenti allo scenario musicale statunitense degli anni ’90 rappresentino la spina dorsale e la linea guida del disco, le influenze non si limitano a queste; le undici tracce sono come una macchina del tempo che trasporta l’ascoltatore attraverso le diverse decadi musicali, in in viaggio ipnotico tra il rock psichedelico (2013) e la new wave, senza rinunciare a un innegabile attitudine punk rock e a una vena più pop (Easier Said).

Insomma, un grandissimo insieme di riferimenti anche piuttosto ingombranti, soprattutto per una band esordiente, ma il risultato non è né impersonale né anacronistico: il gruppo è riuscito a fare propria la lezione dei grandi gruppi del passato arricchendone le influenze con una sana dose di freschezza e di toni malinconici che emergono nei testi più strettamente personali tempestati da interrogativi esistenziali (si pensi a Wall Watcher).

Human Ceremony è esattamente quello che si vorrebbe sentire da tre musicisti appena ventenni.

Eleonora Orrù