Voto

8

In una New York contemporanea dalle tinte al neon è caccia all’uomo: Connie Nikas (un Robert Pattinson strabiliante), ricercato per una rapina in banca, tenta in qualsiasi modo di far scarcerare il fratello ritardato Nik (lo stesso regista Ben Safdie), suo complice.

Good Time è un film da vedere in apnea, capace di ipnotizzare lo spettatore, di astrarlo dalla realtà e catapultarlo in un mondo allucinogeno e malsano, eppure affascinante. Montaggio e fotografia impediscono al pubblico di tirare il fiato e lo costringono a provare una forte simpatia grazie all’uso della camera a mano, che avvolge i personaggi senza mai abbandonarli e stringe sulla disperazione di un’esistenza priva di una via d’uscita.

Il caos che ne risulta, ipnotico ed esaltante, nasce da espressioni facciali di squilibrio latente, dalla gestualità di un corpo animalesco braccato dalla vita e sempre pronto a improvvisare per trovare una possibilità di fuga. Determinanti sono anche i dialoghi, serratissimi e urlati dai personaggi minori, che impediscono a Connie di pensare, ma che infine gli permettono di procedere nel suo folle piano.

Infine, il ritmo psichedelico di Good Time è ricreato dalla colonna sonora di Oneohtrix Point Never (pseudonimo di Daniel Lopatin), vincitore del Cannes Soundtrack Award: le musiche scandiscono l’azione e accompagnano l’andamento narrativo con un sound elettronico che esplode nei momenti di massima esaltazione, per poi dileguarsi lasciando parlare il silenzio e il pathos. La tensione crescente trova il suo scioglimento dolceamaro nel finale aperto all’ignoto, riflesso nelle parole che chiudono la pellicola: “Every day I think about untwisting and untangling these strings I’m in /| And to lead a pure life /| I look ahead at a clear sky /| Ain’t gonna get there /|But it’s a nice dream, it’s a nice dream”.

Anna Magistrelli