Voto

6

Trascorrere troppo tempo davanti alla playstation in compagnia dei giochi di guerra riduce la percezione del reale e rende l’uomo indifferente alla violenza e alla morte. Se pensate che questo sia uno dei tipici commenti esagerati da psicologo, Good kill aprirà i vostri occhi.

La pellicola riporta i fatti relativi alla lotta contro i talebani nel 2010 condotta da remoto tramite dei droni: l’equipaggio, formato non tanto da soldati quanto soprattutto da esperti gameplayer, percepisce il proprio lavoro come un tiro al bersaglio, un vero e proprio sparatutto. Poco importa che l’obiettivo da centrare non sia fatto di pixel o che nelle stragi vengano coinvolti civili innocenti: lo scopo da raggiungere a qualsiasi costo è un “good kill” (un colpo andato a buon fine), lo sterminio del nemico. Cosa succede, però, se chi combatte il terrorista si trasforma in un terrorista? Questo è l’interrogativo di Thomas Egan (Ethan Hawke), che diviene strumento del regista Andrew Niccol per una riflessione sulle conseguenze distruttive della guerra, prima di tutto sui soldati, ormai incapaci di reintegrasi naturalmente nella società.

Good Kill risulta emotivamente coinvolgente e la sua fotografia offre spunti interessanti: le panoramiche dall’alto creano intelligenti contrasti tra la visuale dei droni sullo scenario di guerra e le vedute dei ricchissimi quartieri di Las Vegas. Eppure, nonostante il proposito sia alto e il tema attualissimo, il regista di Gattaca e Lord of war presenta un film che “sa di già visto”: con le dovute differenze, c’era davvero bisogno di un facsimile di American Sniper?

Anna Magistrelli