Sedici anni fa Wolfgang Becker e Bernd Lichtenberg girarono Goodbye, Lenin!, per riflettere sulle complesse problematiche sollevate dal Muro di Berlino, e ci riuscirono perché scelsero di adottare un punto di vista sincero e ironico, il più possibile distaccato dalle ideologie in gioco. L’unico sguardo criticamente onesto non è infatti quello della politica, ma quello degli esseri umani, di chi dietro alle barriere ci stava davvero, di chi è stato travolto, sfruttato e abbandonato dalle trasformazioni storiche in corso. L’avvento del capitalismo peggiorò ulteriormente le condizioni economiche e sociali della DDR, inglobata dal modello statunitense senza tuttavia garantire un’integrazione strutturata delle due parti del territorio: oggi, mentre Berlino ha già un piede nel futuro, l’ex Germania dell’Est soffre una povertà e un’arretratezza ormai sistematiche.

La sera del 9 novembre 1989 il valico della frontiera di Bornholmer Straße viene invaso dalla folla. È il segnale che dà il via alle demolizioni del Muro e allo smantellamento dei posti di blocco, che l’anno successivo sfocerà nella riunificazione della città e di tutto il Paese. Trent’anni sono pochi, ma sembrarono infiniti alle generazioni nate successivamente, che non vissero sulla loro pelle il peso reale, non solo simbolico, della caduta: il sollievo per la fine della Guerra Fredda e l’allontanamento della minaccia di una guerra nucleare che avrebbe provocato un altro conflitto mondiale, ma anche l’amarezza della delusione di chi sperava che dalle macerie sarebbe nata una nuova consapevolezza nei confronti del capitalismo e delle trasformazioni politiche ed economiche in corso. I wall-pecker che abbattono il cemento con oggetti trovati per strada rappresentano la nuova libertà che guida il popolo tedesco, incarnando i valori ideologici portanti dell’ultimo secolo: pacifismo, democrazia, anarchia, rivincita del più debole, sconfitta del “mostro sovietico”, antifascismo, riunificazione nazionale. Ma quello che i simboli tralasciano sono le storie individuali, come quella di Alex.

Alex (Daniel Brühl) non conosce molto al di fuori della DDR; la sua infanzia vissuta in un contesto agiato scorre col ritmo semplice e lineare di un album di fotografie. Taglia fuori dalla sua vita un padre scappato nell’Ovest e vive fiero nella Berlino sovietica, ma i suoi occhi puntano a Sigmund Jähn, idolo cosmonauta, e allo spazio, lontano dal truman show che lo circonda. Bastano pochi anni per abbracciare in toto il movimento socialista: partecipa alle manifestazioni contro il Muro e proprio durante uno scontro con la Stasi finisce in carcere, provocando a sua madre un infarto che degenera nel coma. Il rosso dell’ideologia e dell’amore materno sparisce sotto al verde grigiasto del carcere e della società sovietica, filtrata da una sere di semplificazioni coerenti con lo sguardo adottato dai registi, stereotipizzazioni graffianti che attraverso le musiche straordinarie di Yann Tiersen mirano a porre in primo piano la vicenda personale del ragazzo.

Il crollo della DDR è vissuto da Alex con distacco e cinismo, come a negare la trasformazione che sta investendo la sua vita e la sua città, dove il rosso finisce nella pubblicità della Coca Cola e porta a compimento la parabola ideologica discendente. Il risveglio dal coma della madre, suscettibile a forti emozioni e in grave pericolo di salute, complica una situazione già tesa. L’obiettivo dei registi segue una messinscena della messinscena: i figli e i vicini partecipano a una grottesca ricostruzione della DDR nella camera da letto della donna, intenzionati a non farle scoprire la verità per paura di un nuovo infarto. L’evento storico riflette il dramma emotivo che pervade la biografia della famiglia, tra l’assenza del padre, l’attaccamento di Alex alla madre, l’allontanamento della sorella che finisce con l’accettare il modello capitalista e consumistico. È la fine di un’epoca, famigliare ma anche storica, segnata dalla statua di Lenin che viene strappata via dalla città nella scena madre che dà il titolo al film.

Il crollo dell’amministrazione sovietica portò alla chiusura delle grandi industrie che avevano dato per anni lavoro a milioni di persone, costrette a emigrare verso gli stati della Germania Ovest; secondo il quotidiano Die Welt il territorio possiede oggi solo 16 tra le 500 grandi aziende del Paese e nessuna inclusa nel DAX, ovvero il maggior indice azionario tedesco. In alcune aree della regione il calo degli abitanti ha costretto alla chiusura scuole, asili e biblioteche pubbliche; cominciano a scarseggiare anche medici e si complica l’accesso ai servizi sanitari, specialmente per i più anziani. Il processo di spopolamento si farà sempre più grave e avrà conseguenze sociali profonde, perché negli ultimi trent’anni a emigrare sono stati principalmente i più giovani. Sembra ormai impossibile un’inversione di tendenza demografica e anche il flusso immigratorio che aiutava a compensare il basso tasso di natalità si dirige ora verso le grandi città.

L’impressionante rapporto governativo tedesco di quest’anno riporta un PIL pro capite passato dal 43% (rispetto all’ex Ovest) nel 1990 al 75% nel 2018 e una disoccupazione in calo, arrivata a un terzo di quella del 2005, non molto al di sopra della media nazionale tedesca. La cancelliera Merkel, nata sotto la DDR, sostiene che molti suoi ex concittadini sono ancora in seconda classe e sicuramente non appoggiano il governo attuale, puntando il dito contro la scarsa assistenza nel mondo del lavoro e la criminalità crescente. Abituato ma stravolto dall’esperimento di assistenzialismo comunista e investito dal capitalismo forsennato e poco intelligentemente pianificato, l’Est della Germania è oggi terreno fertile per l’estrema destra del partito di Bjoern Hoecke, salito al secondo posto nel corso di tre elezioni.

Pietro Bonanomi