Voto

8

Sul sito ufficiale dell’etichetta canadese Constellation Records è presente un messaggio che farebbe pensare ad un vero e proprio ultimatum, scritto personalmente dai paladini del post-rock di Montreal. I Godspeed You! Black Emperor ci avvertono che questo settimo disco riguarda l’attesa di una fine apocalittica, in cui ogni forma governativa esistente si è rivelata fallimentare. Viene sostenuto però che lo stesso album concerne anche l’attesa di un nuovo inizio in cui le galere vengono svuotate, le forze di polizia rinunciano al proprio potere persecutorio e in cui cessa ogni forma di conflitto armato insieme a qualsiasi tendenza imperialista. Questa scelta comunicativa dai toni anarchici, con grandi simpatie progressiste di sinistra, permette di collocare il gruppo tra coloro che utilizzano il prodotto artistico con delle mirate finalità espressive, andando al di là dell’esecuzione in sé (si pensi a Woody Guthrie o Roger Waters).

Registrato in presa diretta tra il 6 e l’11 ottobre 2020 presso lo studio Thee Mighty Hotel2Tango, fondato a Montreal dagli stessi Godspeed a metà anni Novanta, G_d’s Pee at State’s End! vede in veste di produttore il connazionale Jace Lasek (Patrick Watson, Wolf Parade), che collabora per la prima volta con il complesso canadese portandolo a toccare vette sonore di altissimo livello qualitativo. La sequenza dei brani proposti include due imponenti suite da venti minuti ciascuna, accompagnate rispettivamente da due brani di circa sei minuti l’uno, producendo un’opera dai toni decisamente drammatici e apocalittici. Questi, tuttavia, vengono controbilanciati da field recordings che leniscono gli umori, con l’inclusione di suoni provenienti da una natura sempre più padrona di un mondo fantasma, piegato da una pandemia che ha portato i membri del gruppo a registrare questo lavoro distanziati gli uni dagli altri. Le composizioni danno l’impressione di essere il tentativo della band di sfogare quanto accumulato in un contesto storico dai connotati surreali, intrisi di incertezza e timore, utilizzando lo strumento da loro meglio conosciuto, ovvero l’espressione musicale.

L’incredibile capacità di far convivere armoniosamente in questo disco una netta attenzione al dettaglio e delle sezioni apparentemente improvvisate infatti, contribuisce a far scorrere con disinvoltura una sequenza sonora dall’intenso lirismo: le sonorità drone di Military Alphabet presentano delle portentose chitarre che sembrano riecheggiare le suggestioni di due ispiratissimi Fripp ed Eno, mescolandole con un tappeto sonoro riconducibile a La Monte Young; gli arpeggi ipnotici di Job’s Lament, dai forti rimandi teutonici, precedono la potenza di First of the Last Glaciers, seguita a sua volta dai suoni organici di where we break how we shine (ROCKETS FOR MARY), in cui ai cinguettii primaverili si mescolano esplosioni di matrice artificiale. L’album diventa la metafora di una lenta discesa nell’assordante confusione dei tempi odierni, interrotta solamente dall’energica dose di speranza veicolata dalla sezione finale presente nella seconda suite e dallo splendido finale OUR SIDE HAS TO WIN (for D.H.), in cui i gracchianti suoni analogici d’apertura sembrano ricondurre ad un ambient firmato Basinski. La maturità stilistica di questa settima creazione dei Godspeed You! Black Emperor permette alla formazione di Montreal di sintetizzare quasi trent’anni di carriera in meno di un’ora di ascolto, confermandosi la fedeltà dei fan accumulati dall’inizio della loro carriera pluridecennale e concedendo uno starting point anche a eventuali neofiti.

Lorenzo Moro