Voto

4

Avete presente quella sensazione che si prova in fila in posta quando il tempo sembra non passare mai, quando nel giorno più caldo dell’anno ci si ritrova in sala d’aspetto senza aria condizionata e, arrivati allo sportello, si scopre di aver fatto la coda sbagliata? Bene, afferrate questa sensazione con due dita e, senza farvela scappare di mano, provate a portarla all’interno di una sala cinematografica: ecco che improvvisamente apparirà sullo schermo Gli Invisibili.

Scritto e diretto da Oren Moverman, il film racconta le sofferenze, le difficolta e l’anonimato in cui vivono i clochard e, in particolare, George (Richard Gere). L’esplicita durezza sociale rappresentata fa emergere la frivolezza con la quale quotidianamente si sottovalutano cose tanto semplici da apparire dovute, come l’affermazione della propria identità: l’impossibilità di dimostrare la propria esistenza rende un uomo invisibile, e questo senso di invisibilità umana crea eserciti di inetti vaganti in cerca di cibo, perdono, alcolici e specchi per poter capire se quel riflesso vive ancora.

La complessa realtà messa in scena diventa un’arma a doppio taglio, in quanto il rischio è sia quello di cadere nella grande bocca della monotonia, sia quello di annoiare terribilmente la platea; e il regista finisce per tagliarsi più volte: con i suoi ritmi bassi, i suoi dialoghi inconsistenti e un doppiaggio non impeccabile lo spettatore non fa altro che muoversi nevroticamente sulla propria poltrona alla ricerca della posizione più comoda. Le potenzialità della pellicola sono enormi, ma restano tali a causa di una narrazione superficiale e troppo diluita, incapace di inserire nella trama le vicissitudini passate dei personaggi, necessarie a far esplodere il film.

Tuttavia Richard Gere, in un ruolo diverso dai soliti, risulta credibile grazie a una trasformazione degna di nota che lo porta a cambiare non solo volto ma essenza scenica, capace di rendere il suo personaggio riflessivo e reale piuttosto che ricco e bello.

Nonostante Gli invisibili si cucia su misura una sorta di immunità alle critiche per l’argomento trattato, le mancanze sono troppe a livello contenutistico e neanche i sensi di colpa che porteranno molti spettatori a lasciarsi andare al consueto perbenismo riescono a salvare la pellicola: strumentalizzare cause nobili servirà a far vincere concorsi di bellezza, ma non è sempre un fedele alleato per la buona riuscita di un film ruffiano.

Fabrizio La Sorsa