Voto

5

Pietro, Ivan e Cosmic vivono in una provincia ispida e abbandonata a se stessa, degradata dai catastrofici smottamenti economici dell’ultimo decennio mentre loro erano intenti ad affrontare l’adolescenza. Le loro esistenze sono state inevitabilmente contaminate dalla crisi economica, che li ha persino spinti a rubare candelabri nelle chiese limitrofe. Ma prima di loro hanno ceduto gli adulti, quelli che sarebbero dovuti essere i garanti della società: come il padre di Pietro, che si è tolto la vita nel suo capannone senza nemmeno degnarsi di nascondere il cadavere al figlio, primo ad avvistarne il corpo senza vita.

Maccioni si cimenta nel genere drammatico e costruisce un’opera prima ambiziosa ma allo stesso tempo molto confusa. Fin dai primi minuti la storia appare debole e alquanto forzata, tutta giocata sulla lettura di una metafora compassata e senza particolare valore simbolico: Cosmic, personaggio che ricalca il classico schema del fool, è convinto che un asteroide colpirà la terra e annienterà il genere umano, destinato a estinguersi proprio come i dinosauri. I tre ragazzi sarebbero allora in certo modo degli asteroidi, corpi residui fatti della stessa materia dei pianeti ma incompleti, vaganti. Un escamotage che sintetizza il clima depressivo del periodo storico in cui viviamo e che il regista cerca di rappresentare con coraggio, ma che alla luce della scrittura (forzata e macchinosa) e del montaggio (noioso) del film si dimostra incapace di alimentare l’afflato drammatico di partenza. A rendere la visione ancora più ostica, poi, è una colonna sonora pressante e slegata dalla narrazione, che vorrebbe suscitare forti emozioni nello spettatore ma finisce per stordirlo e infastidirlo.

A riscattare in parte la trama poco credibile è la regia, esaltata dal suggestivo uso della luce e da un’attenzione per i campi lunghi, che permette alla desolata provincia mediopadana di emergere e diventare personaggio; forse l’unico davvero convincente nella pellicola.

Ambrogio Arienti