Che bugiardi, quei sottotitoli che accompagnavano la proiezione di The Reflektor Tapes durante la sua fulminea apparizione nei cinema italiani, il 14 e il 15 ottobre scorsi. Traducevano infatti il titolo di questo “film astratto” diretto da Kahlil Joseph – incentrato sulla creazione e sul tour dell’ultimo, emozionante album degli Arcade Fire – con un’espressione abbastanza fuorviante: Il rapporto Reflektor. Ma un rapporto dovrebbe avere una forma narrativa, anche se molto schematica, o almeno una sembianza di svolgimento, un inizio e una fine, delle premesse, delle conclusioni e, soprattutto, una natura analitica. The Reflektor Tapes non ha niente di tutto questo.

Il titolo in inglese è veritiero. Tutto ciò che noi vediamo o sentiamo sono effettivamente dei “nastri”, delle intercettazioni in senso lato: dei momenti rubati, segati via dal contesto, senza un prima e senza un dopo, che hanno tanto più senso quanto più lo spettatore conosce già gli Arcade Fire, quanto più è autosufficiente e non ha bisogno di farsi spiegare nulla e riesce persino a completare mentalmente le canzoni quando vengono sadicamente troncate.

Forse, dopo tutti questi distinguo e questi cavilli, potrebbe sembrare che The Reflektor Tapes sia soltanto un pasticcio fastidiosamente ermetico. Per carità, le qualità del film sono quelle già suggerite dal trailer: è un collage visivo e uditivo molto festoso – e ci mancherebbe che non lo fosse – in cui le inquadrature meno significative sono semplicemente belle e le più emblematiche sono toccanti. Giusto per fare un esempio, i fan della band non possono non provare un moto di tenerezza vedendo Will Butler, il fratellino iperattivo del frontman, che sfascia il suo tamburo e infila la testa nella pelle strappata, rifugiandosi in un improvvisato grembo materno.Arcade Fire - Porno

Kahlil Joseph e i suoi montatori praticano una forma di spettacolo che, sulle prime, è molto affascinante: il bianco e il nero si alternano freneticamente, l’alta definizione viene contaminata dalla bassa, i formati delle inquadrature mutano in uno sfarfallio furibondo. E questo è niente! Alcune performance, come quella di It’s Never Over (Hey Orpheus), subiscono un trattamento virtuosistico e molto azzeccato, con la pista sonora che va per la propria strada mentre di fronte ai nostri occhi il prima e il dopo si intrecciano: Win Butler canta sul pavimento del suo studio, mezzo svaccato e mezzo affranto, e il brano che stiamo ascoltando ci appare nudo, con la voce sola; basta uno stacco di montaggio per ritrovare Win, nei panni di un novello Orfeo, che domina il palco di fronte a una folla oceanica, e tutti i pezzi mancanti della canzone, tutte le sovrapposizioni strumentali che prima erano state sfrondate dal missaggio, sono tornati al loro posto. Il procedimento funziona anche all’inverso; la canzone viene denudata all’improvviso, con un fulmineo ritorno all’intimità della sala prove.

Ma le genialate dell’editing non possono da sole tener desta l’attenzione dello spettatore, al quale viene detto molto poco dei processi creativi ai quali sta assistendo (giusto qualcosa sull’influenza esercitata sui nostri, e su Régine Chassagne in particolare, dall’atmosfera e dai ritmi haitiani e caraibici), a tal punto che finisce per sentirsi un intruso imboscatosi indebitamente tra grandi menti al lavoro che, sia sul palco che in studio, a stento si accorgono della sua presenza. E anche quando gli dedicano attenzione lo fanno per creare, di punto in bianco, uno pseudo-videoclip per i brani che non hanno avuto l’onore di averne uno già nel 2013, all’uscita di Reflektor. È il caso di Porno: Win Butler, con la pelle lucida e gli occhi ondivaghi da ubriaco, vaga per le strade di Port-au-Prince cantando in playback. Così descritto, questo momento può sembrare orrendamente goffo… In realtà, il risultato è quasi commovente; ma non lo né più né meno di Porno quando l’album gira nel lettore CD. The Reflektor Tapes aggiunge poco, ma molto poco.

Andrea Lohengrin Meroni