Nato nel 1906 a Milano, Luchino Visconti è stata una delle personalità culturali più rilevanti del Novecento, raccontato attraverso libri, documentari e film, ma mai con uno sguardo così intimo. Il documentario Gli Angeli Nascosti di Luchino Visconti (2007) di Silvia Giulietti racconta la carriera del cineasta milanese attraverso le voci di alcuni dei suoi colleghi più stretti, i suoi cosiddetti “angeli”, portando a galla aneddoti e vicende che restituiscono anche il carattere privato e personale di Visconti.

Oltre alle testimonianze, il documentario mostra meravigliose immagini inedite, come quelle scattate durante le riprese di Morte a Venezia (1971) o Ludwig (1973), recuperate dell’archivio personale di Mario Tursi. Diviso in tappe, il documentario ricostruisce tassello dopo tassello la personalità di Visconti in tutte le sue sfaccettature, dalla vita privata a quella professionale, creando un quadro quanto più completo ed emozionale.

I racconti sull’eleganza del regista rimandano inevitabilmente alle sue origini aristocratiche – figlio del duca Giuseppe Visconti di Modrone –, che suscitarono sempre con un certo grado di timorosa ammirazione e rispetto da parte dei suoi collaboratori. “La prima volta che lo vidi fu sul set di Vaghe Stelle dell’Orsa (1965) e mi colpì questa sua eleganza incredibile, con questa grisaglia grigia; era sempre fresco, pulito, si vedeva proprio che era un signore”, così racconta Daniele Nannuzzi il primo incontro col regista all’età di quindici anni, quando accompagnò suo padre, il celebre direttore della fotografia Armando Nannuzzi, sul set. Allora non sapeva che pochi anni più tardi avrebbe lavorato a La caduta degli dei (1969) proprio con Visconti.

Portamento, eleganza, conoscenza ma soprattutto tecnica, come spiega anche Nino Cristiani, suo operatore di macchina: “Quando arrivava sapeva già come dovevano essere messe le macchine da presa ed è stato il primo regista a usarne tre: la prima in campo lungo, la seconda con lo zoom sul primo piano del protagonista e la terza per il primo piano dell’interlocutore; usò questa tecnica per la prima volta in Rocco e i suoi fratelli (1960)”. Tasselli che, pezzo dopo pezzo, restituiscono tutte le sfumature del regista, staccandosi dalle solite analisi sterili. Visconti lavorò con i più grandi attori del tempo, come Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale e Romy Schneider ma non accettava virtuosismi, come racconta Daniele Nannuzzi: “Lui non ammetteva il divismo. Quando un attore arrivava davanti a lui, davanti alla macchina da presa, doveva essere al suo servizio, non poteva avere le sue stanchezze i suoi umori. Doveva aver chiuso una porta ed essere completamente suo, fisicamente e mentalmente“.

Non è una leggenda che Visconti fosse un perfezionista, perché lo era davvero: sui suoi set doveva essere tutto esattamente come previsto da lui. “Quando stavamo girando La caduta degli dei, abbiamo fatto una scena dove accanto a un pianoforte doveva esserci un bouquet di rose. Quando Visconti si accorse che le rose della scenografia erano finte, per ripicca quel giorno fece mettere tre camere da presa solo sulle rose e non girammo nulla del film: solo tre mila metri di pellicola sulle rose” racconta Mario Tursi, fotografo di scena. Ma uno degli aspetti che emerge maggiormente dalle testimonianze è la capacità di Visconti di creare un grande senso di famiglia sul set.

Comunione di intenti, umiltà, dedizione e rispetto per ogni singola persona che partecipava alla creazione della sua opera.  “Dovevi saper fare il tuo lavoro, per essere considerato da lui. Non amava avere intorno persone non all’altezza della situazione, ma era di una disponibilità incredibile, perciò riuscivi a comprendere cosa lui realizzava. E quando capitava di andare a mangiare insieme, andavamo come vecchi amici, non come suoi discepoli, sentendoci sempre dei suoi importanti collaboratori” dice Federico Del Zoppo. Se il set era immacolato, per il silenzio e per la compostezza di tutti i collaboratori, le cene e i pranzi diventavano situazioni familiari in cui Visconti si lasciava andare a manifestazioni vivaci e scherzose. Come racconta malinconicamente Peppe Berardini: “Stavamo talmente bene, eravamo talmente affiatati, che funzionavamo tutti. Perché il Maestro funzionava”.

Riprendendo le parole di Luca Trentini: “Quello che ho preso da Visconti è stata la forza di un uomo che ha combattuto. Ho visto Visconti ricoverato subito dopo l’ictus e pian piano ha dimostrato di avere una forza straordinaria per tornare alla vita. E ogni volta che ho avuto un momento difficile mi sono ritrovato a pensare alla figura di Visconti”. Queste sono le lezioni di vita di Visconti che nessuno dei suoi “angeli” ha dimenticato nè dimenticherà mai.

“A volte si muore solo nelle spoglie. Quando lasci un timbro, un marchio indelebile in questo mondo, sei immortale. E lui, per gli amanti del cinema, non è mai morto“, conclude Peppe Berardini. Sipario.

Alessandro Foggetti