Voto

6

Trasposizione cinematografica dell’omonimo anime cult, Ghost in the Shell manca però della forza del suo originale. Il regista Rupert Sanders ha infatti deciso di estrapolare dal film d’animazione giapponese solo alcune sequenze, quelle iconiche e visivamente più d’effetto, sacrificando così alcuni degli snodi narrativi più significativi e banalizzando molte delle tematiche chiave, come la perdita dell’umanità nel passaggio da uomo a macchina da parte della protagonista cyborg o il controllo dell’uomo sulla macchina.

A risultare efficace è invece l’atmosfera di un Giappone futuristico dall’estetica cyberpunk, dove pubblicità enormi vengono proiettate in tre dimensioni tra i palazzi delle città e dove gli abitanti, piccoli e alienati, si muovono tra i vicoli e le bettole. Questa ambientazione strizza evidentemente l’occhio alla città sferzata dalla pioggia incessante di Blade Runner (Ridley Scott, USA 1982).

A metà tra l’action movie e il film di fantascienza, il film risulta raffazzonato e privo di un taglio preciso, decurtato dei risvolti drammatici e degli spunti filosofici contenuti nel suo originale nipponico.

Elia Altoni