Voto

5

Anticipato da una spettacolare esibizione sanremese e da due singoli disco d’oro (Boogieman e Flashback), DNA di Ghali avrebbe dovuto confermare una sensibilità artistica fuori scala, capace di fare breccia nel cuore di chi ascolta. Lo stesso artista, il giorno dell’uscita del disco, chiudeva un post su Instagram scrivendo “quanta ragione aveva chi diceva che il secondo album è difficile”, dimostrando che convivere con questa grande aspettativa non era così semplice.

Abbandonato (almeno per il momento) il sodalizio con Charlie Charles e con una schiera di producer come Mace, Merk & Kremont, AVA, Sick Luke, Canova, Zef e Venerus alle spalle, DNA parla di amore, integrazione e abitudini alla maniera di Ghali, che in nome della sperimentazione si prodiga nel regalarci una playlist poco ordinata, preferendola a un album dal fil rouge sensato. Una scelta che è assolutamente in linea con il personaggio. Quello che ne esce è però un lavoro in chiaroscuro, dove per alcune tracce che riescono a decollare, ce ne sono tante altre che si assomigliano troppo tra loro: i testi risultano forzati, scontati e sfociano nell’anonimato.

In Cuore a Destra Ghali dice di aver “perso la strada maestra”, ma questo non è necessariamente un male: per cambiare ed evolversi bisogna saper rischiare. Ma oggi, per chi lo ascolta, non è così semplice capire in che direzione stia andando.

Matteo Squillace