Voto

8

Quando nel 1993 uscì nelle sale cinematografiche Jurassic Park di Steven Spielberg, anche solo il pensiero di riportare in vita delle creature estinte era considerato fantascienza. A distanza di poco più di 20 anni, la tecnologia e la bioingegneria hanno fatto enormi passi avanti, e quello che sembrava qualcosa di lontanissimo è diventato sempre più vicino all’orizzonte. Il documentario Genesis 2.0 di Christian Frei e Maxim Arbugaev cerca proprio di raccontare come e quando tutto questo potrebbe davvero accadere. Iniziamo col dove: nelle remote Isole della Nuova Siberia, nell’Oceano Artico. Qui alcuni cacciatori, per la maggior parte provenienti da realtà di estrema povertà, vanno in cerca delle zanne di mammut, estinti migliaia di anni fa e oggi dal valore inestimabile. Durante le loro esplorazioni, scoprono una carcassa di uno di questi animali conservatasi in modo straordinario, al cui interno, grazie alle basse temperature e al ghiaccio, sono racchiuse delle piccole bolle di sangue ancora liquido. Come ci insegna il film di Spielberg, questo significa che, in teoria, sarebbe davvero possibile riportare in vita un mammut, segnando primo grande passo di una rivoluzione tecnologica che potrebbe sovvertire il mondo come lo abbiamo conosciuto fino a oggi.  

Nel documentario Genesis 2.0 il contrasto visivo tra le immagini assume una valenza simbolica, che demarca la contrapposizione tra due “mondi”, quello della natura e quello della tecnologia, quello animale e quello umano, quello del passato e quello del presente che guarda già al futuro. Le sequenze ambientate sulle Isole, con la loro natura fredda e incontaminata, vengono accostate a quelle delle Università e dei laboratori iper-tecnologici, la primitiva quotidianità dei cacciatori alla sfarzosa routine dei ricchi imprenditori asiatici. Di conseguenza, emergono anche le differenze economiche tra chi rischia ogni giorno la propria vita per riuscire a saldare i debiti e chi è disposto a spendere 100 mila dollari per far clonare il proprio cane in un laboratorio della Corea del Sud. Un contrasto a livello spaziale, ma anche temporale: dai tabù e dalle leggende siberiane della cultura tradizionale dei cacciatori fino alla digitalizzazione del DNA e al futuro prossimo della genetica mitizzato in modo provocatorio e ironico dai pionieri del settore, come George Church.

Ma dov’è, se c’è, il limite etico della bioingegneria? Fino a che punto possiamo spingerci? Perché l’essere umano sente il bisogno di sostituirsi persino ai processi naturali? Cosa porta a far tornare in vita una specie estinta mentre ne stanno scomparendo altre per colpa dei danni ambientali causati dall’essere umano? Genesis 2.0 insinua molteplici e complessi punti interrogativi, mettendo in scena le ideologie dei protagonisti, anche quelle più assurde, senza giudizi. Con un’estetica spettrale memore di The Road (John Hillcoat, 2009) e un’iper tecnologizzazione che richiama Lo and Behold  (Werner Herzog, 2016), il documentario mette a confronto il passato e il futuro, fa emergere nero su bianco i paradossi etici della nostra società smaniosa di progresso.

Alessandro Foggetti