Voto

7

Con un tour mondiale in corso, la band statunitense torna per la sua sesta produzione in studio, a distanza di quattro anni da Not Your Kind of People.

Strange Little Birds è un flashback all’esordio della band del 1995 con l’album che portava il loro stesso nome, e le sonorità sono proprio quelle del mondo post-grunge che li ha portati al successo: meditativi nei testi, incazzati nel fare musica. Non potrebbe essere altrimenti se si pensa che in formazione, oltre a Shirley Manson (cantante) e Duke Erikson (alla chitarra), c’è Butch Vig (alla batteria), celebre produttore di Nevermind, album-generazionale dei Nirvana, e di Gish degli Smashing Pumpikins.

Come dichiarato dalla stessa Manson, l’intento di questo nuovo album era quello di seguire l’istinto in modo che risultasse fresco, nonostante rispetto a tutti gli altri album sia quello con più punti di contatto con Garbage. Intento però non così evidente durante l’ascolto fin dalla prima traccia Sometimes, che ricorda vagamente le sonorità dei Muse di Absolution, dei Placebo di Covers e, in generale, di tutta quell’evoluzione dell’alt-rock dei primi 2000.  Ma, se si sta parlando di un modo di fare musica di più di dieci anni fa, come e quanto Strange Little Birds può risultare innovativo e fresco? Spunti moderni non mancano, come certe sonorità più vicine al pop e all’elettronica contemporanei (We Never Tell, Magnetized), che riescono a creare interessanti miscugli con le pesanti e incisive linee di basso e di chitarra più grunge (come in Even Though Our Love Is Doomed e Empty, i due singoli di lancio).

I testi, così lontani dall’immaginario virtuale e social a cui siamo abituati oggi, sono densi di quella insoddisfazione che solo chi ha vissuto pienamente la desolazione dei ‘90s può percepire (in Empty Manson canta: “I get tired of trying, ideas die on the vine, and I feel like a fake, I lie awake believing, that somehow I keep failing” e ancora in Night Drive Loneliness: “Lonely, I’m so nervous, like a cat on a hot tin roof, and I want to get wasted, forget all about it”).

Gaia Ponzoni