20 febbraio 1988. Su Rai 3 va in onda per la prima volta Fuori orario. Cose (mai) viste, un programma contenitore notturno fondato dal critico cinematografico Enrico Ghezzi che recuperava e mostrava film praticamente introvabili, difendendo un cinema profondamente diverso da quello con cui le sale cinematografiche, sempre più in difficoltà, cercavano di far fronte all’avvento della televisione commerciale e del mercato home video. Ogni innovazione tecnologica audiovisiva nel corso della storia del Novecento sembrò sancire la morte del cinema, eppure ogni volta il cinema seppe reagire e sopravvivere, dimostrando la propria ragione di continuare a esistere e di essere scelto. Gli anni ’90 furono infatti un decennio doloroso per il cinema italiano, che causarono la chiusura delle sale di seconda e terza visione, di molti circuiti d’essai e tanti cineforum. Si creò così un settore di pubblico rimasto orfano di questi spazi, dislocato in tutta Italia, che venne raccolto e unito proprio da Fuori orario: nonostante la messa in onda a orari proibitivi, il programma divenne un fenomeno radicato ancora oggi nella memoria dei telespettatori cinefili, che grazie a una cassetta vergine e un videoregistratore potevano riguardarsi da casa i film proposti, spesso strutturati in rassegne (sempre se si impostava correttamente il timer della registrazione).

Originariamente il format era una sorta di bizzarro talk show in studio, alternato a inserti audiovisivi tratti dall’archivio del programma La magnifica ossessione (una maratona cinematografica a cura di Enrico Ghezzi andata in onda su Raitre nel 1985). Questa versione vide la partecipazione delle figure culturali di riferimento dell’epoca, come David Riondino, Tatti Sanguineti, Giulio Giorello, Elvio Facchinelli, Gianfranco Simone, Emilio Simonetti, Milo Manara, Guido Harari. Era un programma il cui fascino risiedeva nella totale anarchia della sua conduzione: non c’era un vero e proprio autore e le conversazioni si sviluppavano spontaneamente, aprendo continue riflessioni concentriche, divagazioni e confronti. Quando però la regia inquadrò per pochi secondi le parti intime nude di Ilona Staller/Cicciolina, ospite della puntata, il programma fu sospeso e riprese dopo qualche mese in un nuovo format. Fuori orario riprese a novembre 1989, gestito sempre da Ghezzi insieme a Marco Melani, Maria Letizia Gambino, Ciro Giorgini, Paolo Luciani, Roberto Turigliatto, Marco Giusti, Sergio Grmek Germani e Mario Sesti, pescando non solo dal materiale de La magnifica ossessione, ma anche dagli spot pubblicitari, dalle Teche Rai e dagli archivi di Salsomaggiore e Lab80. Nel frattempo, tra l’altro, alcuni dei fondatori di Fuori orario avevano creato Blob.

Il successo del programma è sempre stato dovuto al lavoro di programmazione, volto a proporre visioni altamente pensate per guidare lo spettatore in un viaggio che tocca le avanguardie ricercate e stratificate ma anche il genere puro, spesso bistrattato nel contesto di nicchia. I contenuti si innestano in una cornice critica estremamente puntuale ma allo stesso tempo divulgativa, caratterizzata dallo spirito profondamente punk di Enrico Ghezzi. Ed è proprio questo mix ad aver assicurato alla trasmissione un successo che perdura ancora oggi, permettendole di proseguire imperturbata. Fuori orario è l’esempio di quello che dovrebbe offrire il servizio pubblico televisivo: un programma che avvicina gli spettatori al cinema, anche alle sue estremità più complesse, offrendo le chiavi di lettura necessarie a comprenderlo e immediatamente accessibili, arrivano ad approfondire cinematografie che raramente hanno popolato non solo i teleschermi ma anche le grandi sale. Registi come Oshima, Wiseman, Straub&Huillet e Tsukamoto (ma la lista potrebbe proseguire per molte altre righe) sono stati scoperti in Italia e valorizzati proprio dalla redazione di Fuori orario, mentre le distribuzioni nazionali li snobbavano, rendendoli accessibili anche e soprattutto a chi non aveva la possibilità di frequentare i festival internazionali.

Oltre alla missione divulgativa, quella di Ghezzi e compagni è anche un’operazione archivistica dal valore inestimabile: oggi molti archivi custodiscono le opere dei registi che non hanno trovato uno spazio nel mercato italiano sotto forma di copie registrate proprio dalla trasmissione, rendendoli quindi disponibili a ricercatori e studiosi. Negli ultimi anni, però, Fuori orario ha perso quella popolarità esplosiva che l’aveva caratterizzato tra gli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, un calo ascrivibile all’incapacità di trovare un medium compatibile con le modalità e gli strumenti di fruizione dei prodotti audiovisivi utilizzati dalle nuove generazioni – che, oltre a non possedere un videoregistratore, spesso non sono soliti guardare la televisione a quell’orario o non contemplano l’idea di recuperare un programma on demand. Intere generazioni sono così state private della possibilità di poter accedere a un certo tipo di cultura e di critica cinematografica erogate direttamente dal servizio pubblico, con la conseguenza di disinteressarsene del tutto o di doversi costruire faticosamente e in modo autonomo la propria formazione cinefila.

Di recente è stata avviata un’operazione di digitalizzazione del programma, finora disponibile solo limitatamente online, e la vera svolta è arrivata proprio qualche giorno fa: dal 10 aprile Raiplay ha iniziato a rendere disponibili gratuitamente sulla sua piattaforma streaming diversi lungometraggi mandati in onda dalla trasmissione – anche se alcuni non sono presenti per problemi dovuti all’acquisizione dei diritti -, per un periodo di tempo limitato. Per aiutarvi a orientarvi in questa offerta da capogiro, vi segnaliamo due rassegne: una dedicata a Yoji Yamada (Ototo, Kabei Our Mother, Tokyo Family, Kyoto Story, The Little House, Love And Honor), allievo e continuatore della poetica di Ozu attraverso film poetici che indagano la vita quotidiana e i rapporti familiari nel Giappone di oggi; l’altra sul regista spagnolo Paulino Viota (Contatti, Corpo a Corpo, Con Unghie e Denti), che per diverso tempo lavorò clandestinamente durante il franchismo. E poi film di registi da sempre tenuti particolarmente in considerazione da Fuori orario: Jean-Luc Godard (col suo ultimo Le livre d’image), Otar Iosselani (Chant d’Hiver) e Aleksander Sokurov (Francofonia). Finalmente un vasto pubblico potrà vedere anche quelle opere difficilmente distribuibili per via della loro durata fluviale e solitamente relegate ai festival. Ad esempio I misteri di Lisbona (presentato nella doppia versione film/serie tv) del grandissimo Raúl Ruiz e il Leone d’Oro The Woman Who Left di Lav Diaz, uno spunto per avvicinarsi non solo alla filmografia del regista filippino ma più in generale allo slow cinema.

Oltre a grandi classici invisibili in Italia (A river called Titas di Ritwik Ghatak e Limite di Mario Peixoto), la programmazione offre anche uno spaccato importante dedicato al cinema italiano. Un Amleto di meno di Carmelo Bene rappresenta uno dei punti più alti raggiunti dal cinema sperimentale nostrano, mentre Gli indesiderati d’Europa di Fabrizio Ferraro dimostra che il nostro paese serba ancora molti talenti ed è arrivato il momento di valorizzarli. Ma la vera la vera gemma aliena e ignorata di questa selezione è Ondekoza di Tai Kato: un documentario quasi privo di dialoghi che segue da vicino un gruppo di giovani musicisti esperti di taiko drumming, i quali si cimentano in performance talmente intense da fondersi col paesaggio naturale incontaminato dove si allenano. Mentre la televisione pubblica ha dimenticato quasi completamente il suo dovere di educatrice culturale, lo streaming diventa la sede ideale per creare un dialogo tra Fuori Orario e le nuove generazioni, che finalmente potranno – se non l’hanno ancora fatto tramite canali non legali o stando svegli sino a notte inoltrata – iniziare a seguire in comodità la trasmissione di cinema dal più grande valore e impatto culturale mai stata prodotta nella storia.

Davide Rui