Voto

8

Vincitore del Leone d’oro a Berlino, Fuocoammare ha scosso gli animi e soprattutto le coscienze di tutto il mondo. Il documentario è frutto di un anno di permanenza a Lampedusa del regista Gianfranco Rosi, che ha girato ben ottanta ore di riprese riuscendo a superare la diffidenza dei lampedusani nei confronti dei media. La conquista della loro fiducia, con l’aiuto dell’isolano Peppino, gli ha permesso di mostrare come questo umile popolo di pescatori possieda la nobile qualità dell’accoglienza scevra da ogni pregiudizio.

Le riprese sono state saltuarie e determinate dalla luce, elemento fondamentale tanto quanto la distanza: il regista, preferendo le giornate nuvolose a quelle assolate e con una predilezione per l’inverno, è approdato a una fotografia eccellente, accuratamente studiata e costruita, tramite la quale mostra al mondo il dramma dell’immigrazione e la generosità di un Paese spesso ingiustamente additato. Nulla viene risparmiato, né il dolore, né la sofferenza, né tantomeno la morte; ma anche nella tragedia il regista si mostra capace di un gusto estetico raffinato e mai retorico, scegliendo di inquadrare i volti e le scene più eloquenti in senso emblematico e metaforico.

Rosi ha dato vita a tre storie: la prima rappresenta il tema dell’attesa, la seconda quella di Samuele che, investito del compito di mostrare la quotidianità dell’isola, è capace di generare spontaneamente metafore molto significative per il film e di creare un legame sottile, e forse un po’ troppo labile, con la terza storia, quella dei migranti. Abile nel trovare la bellezza nella tragedia, Rosi arriva direttamente all’anima dello spettatore rendendolo consapevole che ogni immagine del film è da moltiplicare per i numeri che passivamente si ascoltano o leggono nei media. Fuocoammare è per questo stato catalogato come un film militante, ma è chiaro che non vi sia alcuna preordinata intenzione politica in una sequenza di immagini colte da tre fronti diversi senza aver preparato alcun copione: “Quando si ha intenzione di girare un documentario non si sa mai cosa si andrà a raccontare”.

Valeria Fumagalli