1. Libere associazioni

Co-produzione tra la TV pubblica austriaca ORF e Netflix, Freud attua la stessa operazione de Il giovane Karl Marx (2017): trasformare un famoso pensatore in un giovane ribelle insistendo sugli eccessi del personaggio storico; le insospettabili doti di seduttore di Marx o l’uso di cocaina per Freud. A differenza del film di Raoul Peck, che rimaneva nei limiti del tradizionale biopic, la serie Netflix cerca di rendere ancora più pop la figura storica calando le teorie sulla mente di Freud in una trama da thriller gotico, in cui il protagonista si dà alla caccia di assassini psicologicamente disturbati e affronta situazioni spaventose e apparentemente soprannaturali. Non è la prima volta che Freud diventa detective, perché era già successo nella finzione letteraria, ma l’assenza in Freud di una struttura narrativa solida fa sparire il personaggio storico in favore dei cliché del genere

2. Nel labirinto della mente

La trama si sviluppa in modo confuso, le motivazioni dei personaggi risultano poco coerenti e le loro evoluzioni poco sensate. È questo il caso dell’ispettore Kiss (Georg Friedrich), con un passato tormentato che lo porta ad agire in modo violento, ma non combatte mai queste pulsioni, né la serie le problematizza, forzando un’empatia che non riesce a innescarsi su un conflitto psicologico abbozzato in modo così superficiale. Il difetto più grande della serie è infatti quello di non saper approfondire i risvolti psicologici della trama e dei personaggi: rispetto alle indagini filosofiche di True Detective o alla struttura labirintica di Westworld, Freud ricalca la più banale delle trame thriller, che procede per apparizioni inquietanti e visioni sanguinose banali e fini a se stesse.

3. Interpretazione dei sogni

Costumi, scenografie e location ricostruiscono l’atmosfera da fine dell’impero austro-ungarico, mentre la fotografia amplifica l’impatto degli stati alterati di coscienza del protagonista tramite un uso accorto di profondità di campo, luci forti e tonalità fredda che stacca i personaggi dal contesto. Il regista Marvin Kren ha dichiarato di essersi ispirato a Vienna di notte, ma sono evidenti i richiami a Penny Dreadful e alla sua estetica horror vittoriana, un paragone confermato dalla somiglianza tra Ella Rumpf e Eva Green. Vienna con i suoi vicoli tortuosi e i pinnacoli della cattedrale che trafiggono il cielo si fa metafora del viaggio del protagonista nei meandri della mente umana, negli angoli bui dove si nascondono i traumi più strazianti.

4. Il perturbante

Gli studi di Freud l’hanno portato a individuare i meccanismi di difesa della mente umana, che inconsciamente elabora i traumi psicologici profondi nei sogni, sotto forma di narrazioni simboliche con un significato preciso. Un meccanismo che pertiene all’umanità da sempre, come ha dimostrato Freud nelle sue analisi del mito e dei riti tradizionali. Ancora prima della psicanalisi, infatti, le pulsioni e i traumi inconsci si sono sempre palesati attraverso la letteratura – come afferma anche Tzvetan Todorov nei suoi saggi sul Fantastico -, manifestando il non detto della classe borghese iperformale e perbenista dell’epoca sotto forma di apparizioni, fantasmi e spettri, rappresentati in modo ambiguo (si pensi a Poe o a Il giro di vite di James) e confuso, senza poter distinguere tra manifestazioni soprannaturali e deliri mentali. In Freud, invece, il soprannaturale, non ha alcun valore simbolico ma è sempre fine a sé stesso, così come le teorie di Freud non innescano una detective story avvincente: non c’è indagine, né elaborazione, limitandosi a citare le teorie più popolari di Freud come fosse una pagina di Wikipedia.

5. Volontà di potenza

Ambientata a cavallo tra l”800 e il ‘900, la serie mostra l’insorgere di quelle dinamiche che sfoceranno nei due conflitti mondiali: nazionalismo aggressivo, volontà di potenza e manipolazione delle masse strisciano tra le strade di Vienna. Freud viene spesso trattato con disprezzo per le sue origini ebraiche, mentre la gioventù viennese imbottita di retorica epica e bellica è una bomba di rabbia e insoddisfazione pronta a esplodere. Il piano dei “cattivi” – i conti Szapáry, pronti a tutto pur di restaurare la Grande Ungheria – si fa allora metafora dei processi che hanno portato ai totalitarismi del Novecento: incanalare la rabbia e l’insoddisfazione represse della società contro i loro nemici. Un contesto non così lontano da quello attuale, in cui le derive nazionalistiche hanno messo radici in Europa negli ultimi anni, replicando la stessa retorica di orgoglio e chiusura.