Voto

8

Per il terzo anno consecutivo, Freddie Gibbs decide di stringere un sodalizio con un producer di fama internazionale e dare vita a un LP collaborativo che scuote il panorama rap a suon di street credibility. Lo scorso anno anno era Bandana, ideato e costruito insieme a Madlib. Per il 2020 Gibbs chiama The Alchemist, e dà vita un disco che orbita intorno alla fascinazione e alle influenze esercitate dalla mafia italo-americana sull’immaginario hip-hop del ventesimo secolo.

Dalla copertina del disco ai campionamenti presi dalle colonne sonore di celebri film gangster, Alfredo si infila tra le pieghe del rapporto controverso tra mafia e cultura hip-hop: sono tantissimi i rapper e producer afroamericani che hanno scelto di rifarsi all’immaginario di Cosa Nostra statunitense, ma di fatto i boss mafiosi siano stati tra i primi a sfruttare la comunità nera, rendendosi complici di quel razzismo sistemico per il quale oggi si protesta nelle piazze di tutto il mondo. Su questo tema Gibbs e The Alchemist creano un universo di storie e immagini che sembrano usciti da un romanzo di Mario Puzo: dai kingpin della droga come Frank Lucas e Bumpy Johnson, che negli anni ‘70 invasero le strade di New York di eroina, a chi che per colpa della droga ha perso la vita. Un momento che Gibbs ha vissuto da vicino, come raccontato in Skinny Suge (“Man, my uncle died off a overdose/And the fucked up part about that is, I know who supplied the nigga that sold it”).

Anno dopo anno e con soli dodici mesi di intermezzo tra un disco e l’altro, Gibbs si conferma tra i pochi illuminati del genere, tra i pochi capaci di scegliere un universo, cucirvi attorno narrazione, featuring e tecnica, tra i pochi in grado di sviluppare una discografia che non inciampa mai in ripetizioni né passaggi a vuoto.

Matteo Squillace