Voto

7

Non è particolarmente originale lo spunto narrativo che David Oelhoffen sceglie per il suo Fratelli Nemici: due amici d’infanzia, fratelli di sangue sopravvissuti insieme al degrado della banlieue parigina, prendono strade diverse e si allineano ai poli opposti della bussola morale; l’uno narcotrafficante, l’altro detective della narcotici. Se il “cosa” non è particolarmente originale, dunque, è il “come” a reggere il gioco.

L’impianto drammaturgico è solido: tutto lascia presagire il triste epilogo della vicenda, eppure, lungo la direttrice autodistruttiva che intraprendono i personaggi si affaccia ripetutamente l’alternativa di un finale diverso, di una vita migliore. Ma non esiste redenzione per chi colpevolmente commette un errore dopo l’altro, per chi, come Manuel, sceglie sempre nel modo sbagliato: ad ogni azione corrisponde una reazione nella logica di una fatale partita a domino.

Il quartiere popolare in cui sono cresciuti i due è una prigione: inseguimenti caotici tra i tunnel sotterranei che collegano gli edifici, corse sui tetti catturate con affannosa camera a mano, riprese circolari che rimbalzano sul cemento fatiscente indicano tutta la claustrofobia dell’ambiente natio da cui non si può sfuggire; una condanna senza scampo. Proprio una carrellata sugli edifici della banlieue, infatti, sancisce il finale del film, rimarcando l’ineluttabilità di un peccato originale senza redenzione.

Giorgia Maestri